Tag Archives: Messaggi

Brambilla ai giovani: quel “Noi” che apre l’orizzonte e fa dire “EccoCi”

La giovinezza come età di passaggio, «l’etate che puote giovare», come scrive Dante, per diventare grandi e vivere da adulti. Ma anche l’età dell’”EccoCi”, da spendere nel presente come impegno, scommessa coraggiosa, scelte forti: con una sottolineatura, che sta tutta nella declinazione al plurale di quell’”EccoCi”: «Il cammino di quest’anno vuole sottolineare il “Noi”. prima precede il “noi” e poi viene l’“io”. Per educare un cucciolo d’uomo ci vuole un villaggio intero».


La torta della vita

Introduzione al sussidio di preghiera per i giovani 2019-2020 “E adesso… Vivi!” La sua giovinezza ci illumina
23-09-2019
Download PDF


Discorso agli operatori di pastorale giovanile e ai sacerdoti

Assemblea di avvio dell’anno di pastorale giovanile 2019
20-09-2019
Download PDF


E’ ‘invito che, ad avvio di anno pastorale il vescovo Franco Giulio  ha fatto ai giovani della diocesi di Novara: nella sua introduzione al sussidio di preghiera di quest’anno e nell’assemblea che ha riunito a Borgomanero sacerdoti ed operatori di pastorale giovanile.

 

Un invito mette al centro i temi forti di quest’anno in diocesi nell’impegno della comunità per le nuove generazioni, e che guarda all’Esortazione Apostolica Christus Vivit  che Papa Francesco ha scritto a seguito del Sinodo dello scorso anno dedicato ai giovani.

Di seguito i due interventi


La torta della vita

Introduzione al sussidio di preghiera per i giovani 2019-2020
“E adesso… Vivi!” La sua giovinezza ci illumina

 

Carissimi giovani,

«Cristo vive. Egli è la nostra speranza e la più bella giovinezza di questo mondo […] lui vive e ti vuole vivo!» (CV 1).

L’inizio squillante dell’Esortazione sinodale  di Papa Francesco (Cristo vive!), pubblicata dopo il Sinodo dei Giovani del 2018, ci dà come la scossa per interrogarci in modo radicale: la nostra è una vita “vera”? Se, come dice Dante, la giovinezza è «l’etate che puote giovare» (Convivio, 4,24), la domanda diventa: a che cosa giova questa età? La risposta è semplice e impegnativa nello stesso tempo: giova a diventare grandi e a vivere da adulti.

Adolescenza e giovinezza sono come i due tempi di un unico film: il primo tempo mette in scena i personaggi del racconto e fa scorrere le prime sequenze della trama, dove l’azione sembra annodarsi e ingarbugliarsi in storie spesso contorte e intricate; il secondo tempo imprime un’accelerazione con al centro un evento critico, in cui la storia è sottoposta a una prova insuperabile, fin quando un fatto imprevisto scioglie l’intrigo e la storia giunge alla fine. Magari è ancora un finale aperto, non ancora compiuto, che non sempre raggiunge un “…e vissero felici e contenti!”, ma certo è un “the end” che dà a pensare e apre al domani. È il futuro da adulti per cui vale la pena aver ricevuto la vita, essere nati, diventati adolescenti ed entrati nel dramma della giovinezza.

“Dramma” deriva dal greco dráma,  che significa azione. Non è solo un fare, mettendo in opera mezzi per ottenere degli scopi, ma è un agire che comporta sentimenti, passioni, scelte, decisioni, relazioni, risultati, fallimenti, conquiste e sempre nuove partenze. La vita è vera quando è un “dramma”, quando cioè diventa un agire che si distende nel tempo e costruisce storie in formato grande. La vita comporta scelte e decisioni, giorno per giorno, richiede piccole e grandi azioni, che costruiscono la nostra “scelta di vita”.

Eppure oggi sembra meglio non scegliere, pare più facile seguire il flusso degli eventi e delle cose che ci càpitano, è più desiderabile “lasciarsi vivere”. Ma questo genera disorientamento, improvvisazione, noia, ci fa tirare a campare. Per fortuna vi sono alcune cose stabili: la famiglia, la scuola, e, per i più grandi e fortunati, il lavoro. Sono come la base sicura su cui camminare: ma poi in che direzione andare? Ritorna la questione delle piccoli e grandi scelte della vita, soprattutto la domanda sulla direzione da prendere.

Vi racconto una storia, la mia storia che ho vissuto. La mia generazione è nata dopo la seconda guerra mondiale, il paese era distrutto, ma la voglia di fare e di ricostruire era tanta. Nei miei primi vent’anni si respirava l’aria buona per rischiare e tentare cose nuove. La parola magica era “progresso”. Avevamo pochi ingredienti per costruire la “torta della vita”. Noi abbiamo lottato per procurarcene altri, abbiamo faticato per portare a casa nuove possibilità di crescita, e, in colpo solo, abbiamo costruito il nostro futuro, la nostra vocazione, la nostra famiglia, il nostro Paese. E abbiamo vinto anche due volte il campionato del mondo!

È stato un periodo esaltante, un’età dove la parola-guida era “futuro”. Qualcuno ha anche buttato a mare il passato come un ferro vecchio, vi fu persino chi lo ha combattuto fino ad arrivare a negarlo, portando alla terribile tragedia del terrorismo. Ma questa è stata la malattia più grave che nascondeva un male più sottile. Nei traguardi raggiunti ci si è quasi inebriati dei risultati, ma soprattutto si sono trasmesse queste conquiste alla nuova generazione come se fossero state cose facili da ottenere e realizzare. La sfida, l’ingegno, la creatività, la lotta, il sacrificio, la condivisione, che avevano permesso di raggiungere questo grande traguardo, sono stati sottaciuti e oscurati. Si sono trasmessi solo i risultati, il benessere, il patrimonio, la possibilità infinita di mezzi, la facilità dei viaggi, e molto altro, ma non la fatica che costava ottenerli.

La “torta della vita”, però, non può essere trasmessa solo come una cosa, né come una ricetta, ma va consegnata come un mestiere, anzi come un’arte, l’“arte di vivere”! Oggi la nuova generazione giovanile si trova nella situazione capovolta. Non deve tanto arrabattarsi a cercare altri ingredienti, non deve ingegnarsi a cercare nuove risorse, ma è immersa e quasi sommersa da infinite possibilità. Quando un giovane di oggi sogna, può fantasticare su tutto: ha i social che aprono una finestra interattiva col mondo, dispone dei prodigiosi mezzi della comunicazione, sogni viaggi senza confini, dispone di risorse che alimentano ogni opportunità, ha accesso a ogni tipo di conoscenza scientifica, tecnica e bibliografica. Insomma tutto sembra facile e a portata di mano.

Il giovane oggi deve scegliere ogni giorno, facendosi strada in una foresta di possibilità diverse e affascinanti. Non sa, però, cosa scegliere e ha paura di perdere qualcosa. La malattia mortale da cui può essere colpito è la noia, che paralizza di fronte alle infinite possibilità della vita. La sua “torta della vita” ha a disposizione fin troppi ingredienti. Se non sceglie quali usare, ma soprattutto quali escludere, essa diventa immangiabile e indigeribile.

Il mio augurio per ciascuno di voi è questo: scegli ogni giorno ciò che può costruire il tuo futuro, decidi attraverso le piccole e grandi scelte di vita il tuo volto di domani. L’adolescenza e la giovinezza è l’età che può “giovare”… Che la tua giovinezza possa “giovare” ai desideri del tuo cuore. Per costruirne il tuo domani di adulto!

 

+ Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara


Discorso agli operatori di pastorale giovanile e ai sacerdoti

Assemblea di avvio dell’anno di pastorale giovanile

 

Volevo iniziare con una frase che mi ha sempre orientato e che mi piacerebbe che imparaste a memoria. È una frase di un autore dell’Ottocento, Johann Adam Möhler (1796 – 1838), e dice così:

Non vorremmo morire né asfissiati per estremo centralismo, né assiderati per estremo individualismo. Né uno può pensare di essere tutti, né ciascuno può pensare di essere il tutto, ma solo l’unità di tutti è una totalità. Questo è l’eídos (εἶδος), questa è la forza motrice della Chiesa cattolica!.

Il cammino di quest’anno vuole sottolineare tale “Noi”. Se chiedete a qualcuno in mezzo a voi, che proviene dal continente africano, vi risponderà che prima precede il “noi” e poi viene l’“io” e che per educare un cucciolo d’uomo ci vuole un villaggio intero.

Vi dico tre cose a proposito del “Noi”.

 

Il “noi” che ci precede

La prima parla del “noi” che ci precede: sono i nostri genitori e parenti. Da dove noi veniamo, com’è la mia casa, com’è il mio paese, com’è la mia città, com’è il mio ambiente, come sono le mie radici. Io non sono un fungo nel deserto, non sono un’orchidea in mezzo alla sabbia ma, se sono cresciuto bene, è perché sono stato piantato e cresciuto in un terreno nutriente. Andiamo con l’immaginazione in piazza san Pietro il 13 marzo del 2013: furono 32 i secondi in cui il Papa fece pregare in silenzio per lui! Stasera vi chiedo di pregare per quel “noi” che siamo, per quel “noi” in cui siamo cresciuti, di cui noi siamo la concretezza storica – io sono ciò che ho ricevuto! – per non perdere lo stupore originario della vita, e che si rinnova ogni mattina, quando ci chiediamo: “perché ci sono, e potrei non esserci!”. Ringraziamo per questo nel silenzio di qualche attimo…

Il “noi” in cui esistiamo

Dal “noi” da cui siamo venuti al “noi” in cui siamo, in cui staremo quest’anno, al noi attuale. Pensiamo all’orizzonte in cui ci collochiamo, agli ambienti che frequentiamo, come la scuola, il lavoro, la casa. Qui sono contenuti tutti i frammenti e gli impulsi della nostra vita: il “noi” attuale e vitale di oggi che comprende anche i nostri ambienti oratoriani ed ecclesiali, di studio e di lavoro.

Come percepiamo il “noi” ecclesiale? Solo come un luogo in cui si sta bene? E col quale ci rapportiamo solo quando “si sta bene” o da cui ci allontaniamo se non siamo stati bene? O lo sentiamo anche come un “noi” un po’ provocante, a volte inquietante, persino spigoloso, perché lo abita chi mi sta simpatico, ma anche chi è difficile e va preso a piccole dosi… Il “noi” attuale è la grande sfida: esso apre il mio “io”.

Io so chi sono, se lascio che l’altro si infiltri in me. Se poi pensiamo non solo ad un “altro” – al  singolare – ma agli “altri” – al plurale; se pensiamo a un altro che non è scelto, solo perché mi trovo bene con lui, ma è accolto perché, anche se non mi trovo bene, mi stimola ad allargare lo sguardo, allora comprendiamo come il “noi” attuale  sia provocante e promettente.

È il “noi” in cui siamo. Dedichiamo i primi mesi di quest’anno negli ambienti che abiteremo, diamoci del tempo per farci questa domanda semplice: se, come dice Gesù, raccogliessimo un solo proselito, uno che abbiamo convinto e persuaso, sceglierebbe di stare insieme a noi e di restare con noi, oppure se ne andrebbe? Troverebbe nel nostro “noi” un luogo esigente, stimolante, nutriente, oltre che un luogo dove si sta bene. La Chiesa non è solo la casa dove si sta bene, ma è il luogo dove si cammina verso il bene. Se anche non facessimo nulla per questo mondo, ma se facessimo solo del nostro ambiente la casa della fraternità, potremmo già cambiare il mondo.

Ho avuto la fortuna e la grazia di essere destinato, nei primi dieci anni di sacerdozio, di andare nel fine settimana nella parrocchia intitolata a san Giuseppe, collocata tra San Fruttuoso e San Rocco, a Monza, che da terreno arido il parroco è stato capace di trasformare in giardino in fiore. Ecco, allora, il nostro “noi” deve essere un noi “stimolante”, dove si va volentieri perché sentiamo che è un luogo di crescita, dove possiamo dire il nostro “eccoCi”.

È un “noi”, il nostro “noi”, dove si abita volentieri? In cui “volentieri” non significa spontaneamente, ma piuttosto con “buon volere”, perché capisco che è un luogo che mi fa crescere. Possiamo dire che il nostro è un ambiente dell’”eccoCi”? Dove il tutto è più della somma dei singoli addendi, in cui il totale è più della somma dei singoli “io”? La Chiesa è quella realtà grandiosa, dove uno, più uno, più uno, fa due e mezzo e, invece, dove uno, più uno, più uno e più uno ancora, fa già cinque. È una strana matematica. Se ci pensate un poco è proprio così: nei nostri ambienti, quando la vita comune funziona, la totalità è sempre di più della somma dei semplici addendi. Perché in mezzo ce n’è Uno che, non solo si infiltra in noi, ma che ci dà un pane per vivere. È un pane strano, che quando noi lo mangiamo, non lo assimiliamo in noi, ma ci assimila a Lui. Nella bolla “Transiturus” dell’11 agosto 1264, che conserviamo a Novara in uno dei due originali unici rimasti al mondo, con la quale si istituisce la festa del Corpus Domini, nella parte conclusiva si dice che questo [dell’Eucaristia] è un pane che, quando tu lo mangi, non lo assimili in te, ma ti assimila a Lui! Dobbiamo fargli spazio, e fare in modo che chi sta con noi si accorga che in mezzo a noi c’è questo Ospite “inquietante”: se fai spazio a Lui, riesci a far spazio a tutti.

Il “noi” che saremo

Il terzo “noi” è il “noi che saremo”, che vorremmo costruire, è quell’“eccoCi” che ci mette per strada. Mi ha colpito, la scorsa domenica, un’intervista a un filosofo, che è stato dei nostri, ma poi ha preso la sua strada, il quale ha dichiarato: «Noi corriamo il rischio di morire di nichilismo, cioè di quell’atteggiamento per cui facciamo le cose e sappiamo che non ci nutrono, che non ci danno vita, che ci annoiano. Per sentirmi vivo devo sballare, fare qualcosa di strano, di straordinario». Secondo questo filosofo, siamo noi adulti che non siamo stati in grado di trasmettere quei gesti che facendo crescere, diventano riti di iniziazione. Egli propone questa soluzione, soprattutto ai giovani: a diciotto anni fuori di casa, a mille chilometri di distanza, con un anno di servizio civile. Per ragazzi e ragazze. A noi forse basta almeno andare un po’ fuori dal grembo materno verso qualcuno. Ricordo con gioia coloro che quest’estate sono andati in missione, dopo aver ricevuto il mandato alla Route dei giovani. Vorrei ricordare accanto a questi, tutti coloro che hanno dedicato il loro tempo per i nostri Grest. Perché tutte queste scelte rappresentano il “noi” che saremo, l’“eccoCi” con cui costruiamo il nostro futuro. Più si diventa grandi, e più la base della nostra piramide di relazioni si restringe. Il numero degli amici, man mano che passano gli anni diminuisce, e s’impoveriscono anche le possibilità della vita.

Il “noi che saremo”, il “noi” futuro, deve essere un noi arioso, un “noi” con un orizzonte vasto. Facciamo questo proposito: una sera alla settimana, lasciamo che i nostri giovani, i nostri adolescenti, vadano in giro, ascoltino le altre persone, leggano un libro, in modo che il loro orizzonte si dilati e si arricchisca. L’”eccoCi” del come “noi saremo” ha bisogno di tale orizzonte più ampio. «Né uno può essere tutti, né ciascuno può essere il tutto, ma solo l’unità di tutti è una totalità. Questo è l’eídos della Chiesa cattolica!». Altrimenti si muore asfissiati e assiderati. E noi non vogliamo morire così!

+ Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara


«La GMG è per i coraggiosi! Accettate la sfida?». Messaggio del Papa per la Giornata mondiale della Gioventù 2018

«Carissimi giovani, il Signore, la Chiesa, il mondo, aspettano anche la vostra risposta alla chiamata unica che ognuno ha in questa vita! Mentre si avvicina la GMG di Panama, vi invito a prepararvi a questo nostro appuntamento con la gioia e l’entusiasmo di chi vuol essere partecipe di una grande avventura. La GMG è per i coraggiosi! Non per giovani che cercano solo la comodità e che si tirano indietro davanti alle difficoltà. Accettate la sfida?».

Si conclude con questa esortazione l’invito di Papa Francesco ai giovani di tutto il mondo per la XXXIII Giornata Mondiale della Gioventù, che sarà vissuta nelle diocesi la prossima domenica delle Palme. Per la chiesa novarese, come tradizione l’appuntamento è per la Veglia, che quest’anno si terrà a Varallo Sesia, guidata dal vescovo Franco Giulio Brambilla. Il tema, che si inserisce nel percorso triennale – avviato lo scorso anno – dedicato a Maria verso l’incontro mondiale di Panama, è «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio» (Lc 1,30).


A QUESTO LINK IL TESTO INTEGRALE DEL MESSAGGIO


«Come è comprensibile, l’improvvisa apparizione dell’angelo e il suo misterioso saluto hanno provocato un forte turbamento in Maria», scrive il Papa nel messaggio, chiedendo ai giovani: «E voi, quali paure avete? Una paura “di sottofondo” che esiste in molti di voi è quella di non essere amati, benvoluti, di non essere accettati per quello che siete. Oggi, sono tanti i giovani che hanno la sensazione di dover essere diversi da ciò che sono in realtà, nel tentativo di adeguarsi a standard spesso artificiosi e irraggiungibili. Fanno continui “fotoritocchi” delle proprie immagini, nascondendosi dietro a maschere e false identità, fin quasi a diventare loro stessi un “fake”».

DARE UN NOME  ALLE NOSTRE PAURE

Poi un invito a guardarsi dentro per comprendere cosa spaventa. «Il primo passo per superare le paure è quello di identificarle con chiarezza, per non ritrovarsi a perdere tempo ed energie in preda a fantasmi senza volto e senza consistenza. Per questo, vi invito tutti a guardarvi dentro e a “dare un nome” alle vostre paure».

NON CHIUDETEVI IN UNA STANZA CON COMPUTER E SMARTPHONE

«Non lasciate – è l’invito deciso –  che i bagliori della gioventù si spengano nel buio di una stanza chiusa in cui l’unica finestra per guardare il mondo è quella del computer e dello smartphone. Spalancate le porte della vostra vita! I vostri spazi e tempi siano abitati da persone concrete, relazioni profonde, con le quali poter condividere esperienze autentiche e reali nel vostro quotidiano».

IL DISCERNIMENTO STRADA PER VINCERE LE PAURE

L strada che indica Francesco ai giovani è quella del discernimento che però «non va inteso come uno sforzo individuale di introspezione, dove lo scopo è quello di conoscere meglio i nostri meccanismi interiori per rafforzarci e raggiungere un certo equilibrio», ammonisce il Papa. «In questo caso la persona può diventare più forte, ma rimane comunque chiusa nell’orizzonte limitato delle sue possibilità e delle sue vedute. La vocazione invece è una chiamata dall’alto e il discernimento in questo caso consiste soprattutto nell’aprirsi all’Altro che chiama».

PREGHIERA E CONFRONTO

«È necessario il silenzio della preghiera per ascoltare la voce di Dio che risuona nella coscienza», raccomanda Francesco, insieme al «confronto e il dialogo con gli altri, nostri fratelli e sorelle nella fede, che hanno più esperienza e ci aiutano a vedere meglio», scrive il Papa a proposito del secondo imperativo».

Il futuro dei giovani. Discorso alla Città per San Gaudenzio 2018

Anno Gaudenziano

La sfida di scegliere la propria strada nella vita, l’impegno delle comunità ad aiutare a fare queste scelte. E’ tutto dedicato ai giovani e al loro percorso di discernimento vocazionale il Discorso alla Città di mons. Franco Giulio Brambilla, pronunciato nella mattinata di oggi, 22 gennaio, in Basilica per la Festa patronale di san Gaudenzio, nell’anno che accompagnerà la diocesi e la Chiesa universale verso il Sinodo dei giovani del prossimo ottobre. «ll Papa vuole che questo Sinodo dei Vescovi non sia solo sui giovani, ma con e dei giovani. Essi sono veramente accolti nelle comunità cristiane e nella stessa società, se non sono soltanto destinatari dei nostri pensieri e interventi, ma se li rendiamo protagonisti del loro domani», ha detto mons. Brambilla, che usando la metafora dell’Esodo e dell’uscita dal deserto ha parlato «dell’avventura con cui si genera alla vita in formato grande. In essa si trova tutta la bellezza del generare, ma anche i pericoli e le tentazioni dell’attraversamento del deserto meraviglioso e spaventoso per crescere nel mondo d’oggi».

Al termine della celebrazione, il vescovo ha indetto ufficialmente l’Anno Gaudenziano, nel XVI centenario della morte del Santo Patrono.

Di seguito il testo integrale del Discorso alla Città. Qui il programma completo delle celebrazioni dell’Ottavario.

 

Il futuro dei giovani

Discorso alla Città nella festa di San Gaudenzio 2018

 

Novara, Basilica di san Gaudenzio
22 gennaio 2018

La festa di san Gaudenzio di quest’anno è dedicata ai giovani. Mi suggerisce il tema il prossimo Sinodo dei giovani che si terrà nell’ottobre di quest’anno 2018, con il titolo: I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Il Papa vuole che questo Sinodo dei Vescovi non sia solo sui giovani, ma con e dei giovani. Essi sono veramente accolti nelle comunità cristiane e nella stessa società, se non sono soltanto destinatari dei nostri pensieri e interventi, ma se li rendiamo protagonisti del loro domani.

Le riflessioni che vi propongo seguono una semplice traccia. La strada per crescere verso l’età adulta della vita e della fede è come un esodo, un’uscita dall’Egitto per entrare nella terra promessa passando attraverso il mare e il deserto.  Uscire da – passare per – entrare in sono i tre momenti del cammino dell’esodo. Uscire dalla prima casa, passare attraverso il deserto, per entrare nella casa del futuro: questa è l’avventura con cui si genera alla vita in formato grande. In essa si trova tutta la bellezza del generare, ma anche i pericoli e le tentazioni dell’attraversamento del deserto meraviglioso e spaventoso per crescere nel mondo d’oggi.

1. Uscire-da: la scommessa della trasmissione

 Il primo momento del cammino dell’esodo è uscire dall’Egitto. È la partenza dalla terra di schiavitù. Oggi non si può dire che questa terra, il grembo familiare e la condizione dell’infanzia, sia una terra di schiavitù. È piuttosto il tempo del sogno e le nostre famiglie hanno intronizzato nelle loro case il “re-bambino”. È un re che si trova così bene nella famiglia che, una volta diventato adolescente e giovane, fatica ad uscire di casa per diventare grande. Certo la prima età della vita è un tempo di minorità. L’affrancamento dai bisogni infantili contiene la scommessa della trasmissione delle forme pratiche della vita e della fede.

Oggi fatichiamo a trasmettere le due esperienze fondamentali: che la vita è buona e merita fiducia, che il bene della vita va speso crescendo nella responsabilità. La madre trasmette la fiducia, il padre trasmette la responsabilità. Il buon legame tra marito e moglie trasmette l’armonia tra fiducia e responsabilità, tra piacere e impegno, tra bontà e generosità, tra custodia dell’identità personale e rischio dell’apertura alla società. Pensare agli adolescenti e ai giovani oggi vuol dire anzitutto restituire alla famiglia la sua vocazione di grembo generante, che non dona solo la vita, ma le dona anche la voglia di vivere, di rischiare, di slanciarsi nel mondo, che non riempie i ragazzi solo di beni, ma gli insegna a rischiare, gli dona il gusto e la curiosità di capire, di fare, di amare, di donarsi.

Uscire-da: questa prima azione è rischiosa come l’uscita dal grembo della madre, che genera i timori e i dolori del parto. Essa si ripresenta quando il figlio diventa adolescente, perché ci fa sentire le doglie del piccolo che cambia sotto il nostro sguardo, che non è più come lo sognavamo, ma diventa ciò che vuole essere. Con tutti i pericoli e le tentazioni che ne conseguono. Per questo l’uscire-da è un essere “tirati fuori”, come dice il libro dell’Esodo riferendosi all’azione di Dio: «Sono sceso… per tirarlo fuori da questa terra per farlo salire verso una terra bella e spaziosa, dove scorrono latte e miele» (Es 3,8). Uscire è in realtà un “far uscire”, un “trarre fuori”, come si è tirati fuori dal grembo materno, quando si nasce. Non è un’iniziativa propria, ma un evento in cui altri devono scendere come Dio stesso che ci viene incontro e ci soccorre.

Vorrei spezzare una lancia a favore del compito dell’educazione: educare è tirar fuori la libertà, ma questa è un’opera di liberazione dai fantasmi dell’Egitto, dal paese dove si ricevono tutti i beni (la casa, la carne, le cipolle, ecc.) al prezzo della dipendenza e della soggezione. L’educazione è diventato un compito arduo nella nostra società complessa. I genitori non hanno tempo perché lavorano entrambi, i nonni li sostituiscono magari concedendo ai nipoti ciò che non avevano dato ai loro figli, gli educatori e gli insegnanti non ricevono molta stima sociale, l’alleanza educativa tra famiglia e scuola è debole, il rapporto della famiglia con la comunità è spesso utilitaristico.

Tutti insieme siamo chiamati all’opera di costruire nei figli il patrimonio dell’umanità di domani: diamo meno cose e più valori, doniamo meno beni e più tempo, concediamo meno possibilità e regaliamo più presenza. Il ragazzo, e poi soprattutto l’adolescente, ha bisogno di adulti presenti, affidabili, pazienti, stimolanti, tonici, creativi, affascinanti, persuasivi. Per “tirar fuori” dalla loro vita una libertà solida hanno bisogno di faticare, rischiare, sperimentare, lavorare, confrontarsi, imparare, attendere, donare, spendersi, essere generosi.

La crescita è un esercizio di iniziazione alle forme pratiche della vita: questa è la sfida. La nostra generazione ha risparmiato alla generazione di fine Novecento il rischio e la fatica che ci aveva fatto crescere cercando nuove possibilità per tutti; la nuova generazione si dibatte in infinite opportunità ed è come paralizzata nelle scelte che contano. È come se stesse dentro a una rotonda con tante strade, continua a girare in essa, ma non prende nessuna strada perché la escluderebbe dalle altre. Per questo i giovani hanno bisogno di adulti autorevoli e rassicuranti, i quali insegnino che scegliere è crescere, trovare la propria strada, mettere alla prova le proprie capacità, confrontarsi con nuovi scenari, ecc.

2. Passare-per: il rischio della prova

Il secondo momento del cammino dell’esodo descrive il tempo della prova nel deserto. Esso si riferisce più precisamente al tempo dell’adolescenza e della giovinezza: il tempo del deserto è il tempo della prova e dell’innamoramento, il tempo del timore e della legge, il tempo del bisogno e del dono, il tempo dell’attesa e dei legami. Qui si gioca il rischio della prova per il cucciolo d’uomo: per diventar grandi bisogna tenere in tensione viva e vitale le coppie di temi appena ricordate. Le prove della vita devono far scoprire un nuovo amore, il timore del cammino ha bisogno dell’i­struzione della legge, la mancanza di pane e acqua (gli elementi fondamentali) apre il cuore al dono, l’attesa per il domani crea nuovi legami.

Un passo del Deuteronomio mette in parallelo l’azione di Dio e quella del padre: «Nel deserto, hai visto come il Signore, tuo Dio, ti ha portato, come un uomo porta il proprio figlio, per tutto il cammino che avete fatto, finché siete arrivati qui» (Dt 1,31). La trasmissione della vita e della fede, che è il tema del Sinodo dei giovani, suggerisce che la fede serve per costruire il progetto di vita di un adolescente che diventa giovane. Per far questo non basta trasmettere valori, ma bisogna che le scelte e i gesti di una famiglia diventino eloquenti e capaci di plasmare gradualmente la capacità di ereditare. Non bisogna solo trasmettere, ma bisogna lasciare lo spazio e soprattutto il tempo per ereditare.

L’atto dell’ereditare non è un obbligo, ma implica un vincolo, non è in imposizione, ma un legame che nutre e fa crescere la libertà proprio nell’atto di riconquistare quello che ci è stato donato. Ora, il movimento dell’ereditare comporta tre passi:

ereditare è un “noviziato”: nell’adolescenza e nella giovinezza si nasce una “seconda volta” quando si deve riconquistare il “patrimonio” (il patris munus) non ricevendolo come una pura proprietà o una rendita da incassare, ma come un modo di vita da accogliere criticamente e reinterpretare creativamente. Per questo l’educazione ha la forma di un “noviziato”, di un ambiente e un tempo per essere “iniziati” alla vita in grande. Si tratta di “prendere possesso” e di scegliere ciò che si eredita, di là da un nostalgico conservatorismo (cosificazione del debito simbolico da cui siamo costituiti) o da un progressismo autosufficiente (rottura violenta col passato e affermazione di una falsa autonomia). Per questo ogni noviziato ha bisogno di un “maestro di vita”.

ereditare è un “tirocinio”: per non restare legati al passato senza creatività o rifiutarlo senza debito simbolico a chi ci ha generato, è necessario suggerire una prassi educativa che sia un “tirocinio di vita”: sul lato dell’educatore, è un atto di amore che si prende cura di un corpo, un volto, un nome singolari, rendendo così l’altro singolare; sul lato del ragazzo/adolescente/giovane, la cura deve essere percepita come un atto di singolarizzazione, un cammino per farsi persona, che ha bisogno della presenza dell’altro e del cimento con le esperienze fondamentali della vita con l’altro. Preghiera, ritualità, carità, missione, non vanno vissute solo come “eventi” straordinari (come happening), ma come un “lavoro” della persona e sulla persona, perché sia strappata dal cerchio magico del suo solipsismo. Per questo ogni tirocinio ha bisogno di un “tempo disteso”.

ereditare è crescere in “responsabilità”: ereditare è capacità di rispondere a un appello, è in-segnare nel corpo, nella memoria, nei sogni, nelle scelte, nei gesti, nelle speranze a curare l’interiorità. Senza intimità non c’è “responsabilità”, perché non v’è capacità di rispondere a una Parola che ti precede, di far eco a una voce che chiama. Nel giovane occorre coltivare il desiderio e non riempire il bisogno, insegnare ad attendere e non a pretendere subito, stimolare a preparare e non rincorrere l’immediato, accompagnare al rischio delle scelte e non a rinviare le decisioni, far attendere per domani un risultato più alto piuttosto che una facile conquista oggi, educare a un’affettività armonica e simbolica e non a una sessualità fisicista e consumistica, plasmare al senso della fatica, del limite e della sofferenza e non  seguire le sirene di una felicità salutista e spensierata. Far comprendere il valore della preghiera, della meditazione, della carità, della prova, del volontariato, della tenuta di fronte all’avvilimento, dell’elaborazione dell’opacità quotidiana, tutto questo e molto altro ancora, dilata la “cassa di risonanza” della “responsabilità”. Per questo ogni responsabilità ha bisogno di “buone relazioni”.

Questa è la grande prova del deserto con i suoi elementi caratteristici: il timore e la prova, la mancanza dei beni (il pane e l’acqua), la libertà e la legge, l’alleanza e i nuovi legami, l’infedeltà e l’innamoramento, l’attesa e l’anticipazione, sono i passi per entrare nella terra promessa

3. Entrare-in: la terra della libertà

Infine, il terzo momento del cammino dell’esodo fa entrare nella terra promessa, dove scorrono latte e miele. Per gli adolescenti e giovani di oggi, che sono definiti i millennials, accedere alla vita adulta è diventato un vero sogno, quasi l’aspirazione a una terra promessa in cui è diventato impossibile entrare.

Tre fenomeni preoccupanti dalla nostra società sembrano rimandare sempre più il sogno di poter raggiungere la terra in cui abitare da adulti, dopo aver costruito buoni legami e per generare una storia familiare e sociale, in cui i giovani saranno protagonisti del loro domani. Anche nella prima parte della mia visita pastorale in Alta Valsesia sono emerse in modo significativo da parte dei giovani queste ansie e paure del futuro.

Il primo fenomeno la denatalità. Chi ha tra i 25 e 34 anni ha incrociato nella fase più vulnerabile della sua vita la recente crisi economica, da cui non siamo ancora del tutto usciti, e si è trovato a realizzare i suoi desideri molto al di sotto delle sue possibilità. Se confrontiamo il nostro paese con la Francia, che ha una popolazione simile alla nostra (circa 60 milioni di abitanti), registriamo che le nascite in Francia sono circa 800 mila per anno, mentre noi siamo sprofondati sotto le 500 mila (figli degli immigrati compresi). Nella fascia 25-34 anni siamo un milione in meno, mentre in quella 15-24 siamo sotto di un milione e mezzo. Questo inverno demografico renderà gelida e infeconda la primavera dei prossimi decenni.

Il secondo fenomeno è la disoccupazione. I giovani occupati in Francia sono il 26%, in Italia il 17%, mentre la media europea è al 31%. Questa diminuzione del lavoro per le nuove generazioni italiane era già in atto prima della recessione, ma si è accelerata in questi anni di crisi. Gli occupati in età tra i 25-34 anni erano 6 milioni nel 1997, 5,6 milioni nel 2007 e arrivano appena a 4 milioni oggi: si è perso un lavoratore su tre nella fascia 25-34 anni. Si nasce di meno perché si sono ridotti gli eventuali partners e nuovi genitori, ma soprattutto perché le scelte di vita sono rimandate per mancanza di mezzi per mettere casa e fare famiglia. A ciò si aggiunge il fenomeno preoccupante dei Neet (senza lavoro e senza formazione: 22%, rispetto al 14% della media europea, dei giovani italiani tra i 15 e 29 anni). Tutto ciò spinge alla forte richiesta di potenziare gli strumenti di formazione e di incontro tra domanda e offerta di lavoro.

Il terzo dato è l’indebitamento pubblico. Ogni bambino che nasce ha sulle spalle uno zaino con 35 mila euro di debito. Per fortuna per ora, soprattutto nel momento della crisi, la generazione dei millennials, nata in famiglie con la ricchezza media più alta del dopoguerra, ha beneficiato di queste risorse, soprattutto da parte dei nonni, nel momento in cui accedeva alla vita adulta per comprare una casa e fare famiglia. Ma ora questo patrimonio di risorse va assotti­gliandosi, e l’accesso alla terra promessa della vita da grandi non appare più come un diritto, come è scritto nella carta costituzionale, ma come un “colpo di fortuna”. Noi adulti saremo giudicati spreconi ed egoisti, per aver vissuto sopra le nostre possibilità.

Questi tre fenomeni sembrano trattenere ancora la carovana del mondo giovanile sulle rive del Giordano, impedendogli di entrare nella terra promessa. Bisogna però che vi sia uno scatto di generosità da parte del mondo adulto. Ciò che può fare la vita pubblica richiede una competente e disinteressata azione di intervento della politica: l’elezione del prossimo parlamento dovrebbe porre al centro il destino della generazione giovanile e la famiglia di domani.

La Fondazione san Gaudenzio, oltre a continuare il Progetto di Microcredito (56 casi finanziati + 58 che hanno richiesto accompagnamento), nell’anno 2017, con i contributi volontari versati da molti sacerdoti della Diocesi di Novara durante il Giubileo, ha dato avvio al Progetto di formazione e lavoro, per far incontrare la domanda e l’offerta di lavoro. In un solo anno 176 persone hanno chiesto consulenza: 47 hanno già trovato lavoro solo con l’orientamento e il supporto degli operatori della Fondazione, inoltre sono stati attivati e finanziati circa 20 tirocini. Di coloro che hanno trovato lavoro il 30% sono giovani entro i 35 anni, mentre il 50% dei tirocini si riferisce a questa fascia di età. Per essere il primo anno di esercizio del Progetto il risultato è lusinghiero. Invito tutti a fare la loro parte e ringrazio quanti hanno dato il loro contributo.

Una parola conclusiva vorrei dire alle famiglie e alle comunità cristiane della nostra Diocesi: bisogna riprendere, con la scuola, l’alleanza educativa tra famiglia, scuola e comunità cristiana, ma soprattutto la presenza e l’accompagnamento dei giovani alla vita adulta. Diamo molto tempo ad ascoltare e stiamo vicino ai giovani, abitiamo i loro spazi e incontriamo i loro desideri. Perché possano compiere l’avventuroso cammino che esce da una terra di dipendenza, passa attraverso l’età meravigliosa e perigliosa della crescita, per entrare nel paese della maturità umana. Bisogna che i giovani sperimentino ciò che la Scrittura dice a proposito del cammino che ha condotto Israele fuori dall’Egitto, percepito come un dono benefico e paragonato al primo volo dell’aquilotto sulle ali della madre, con cui prende sicurezza nel cielo: «Voi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquila e vi ho fatto venire fino a me» (Es 19,4, cf Dt 32,11). Alla fine della celebrazione proclameremo solennemente l’apertura dell’anno gaudenziano, nel XVI centenario della morte di San Gaudenzio. Ci protegga, benedica i giovani e le famiglie della nostra Diocesi, perché si lascino trasportare dal Signore sulle sue ali, per entrare nella terra dove scorrono latte e miele!

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara

Ora di religione, occasione importante di formazione e crescita

«Un’occasione formativa importante che vi viene offerta per arricchire la vostra esperienza di crescita e per conoscere le radici cristiane della nostra cultura e della nostra società». Lo scrive la Presidenza della Cei nel messaggio che come ogni anno, ad apertura delle iscrizioni on-line al primo anno dei percorsi scolastici (da martedì 16 gennaio all’8 febbraio),  rivolge ad alunni e genitori, invitando a scegliere l’Insegnamento della Religione cattolica.

I contenuti dell’Ora di religione, scrivono i vescovo, «declinati da specifiche ‘Indicazioni didattiche’, appaiono adeguati a rispondere efficacemente anche oggi alle domande più profonde degli alunni di ogni età, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado». I vescovi sottolineano che «la domanda religiosa è un’insopprimibile esigenza della persona umana e l’insegnamento della religione cattolica intende aiutare a riflettere nel modo migliore su tali questioni, nel rispetto più assoluto della libertà di coscienza di ciascuno, in quanto principale valore da tutelare e promuovere per una vita aperta all’incontro con l’altro e gli altri».

Ecco il testo integrale del messaggio, scaricabile in formato word a questo link.

Cari studenti e cari genitori,

nelle prossime settimane si svolgeranno le iscrizioni on-line al primo anno dei percorsi scolastici che avete scelto.

Insieme alla scelta della scuola e dell’indirizzo di studio, sarete chiamati ad effettuare anche la scelta di avvalersi o non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica. È proprio su quest’ultima decisione che richiamiamo la vostra attenzione, perché si tratta di un’occasione formativa importante che vi viene offerta per arricchire la vostra esperienza di crescita e per conoscere le radici cristiane della nostra cultura e della nostra società.

Anche se ormai questa procedura è divenuta abituale, vogliamo invitarvi a riflettere sull’importanza della scelta di una disciplina che nel tempo si è confermata come una presenza significativa nella scuola, condivisa dalla stragrande maggioranza di famiglie e studenti.

A voi genitori desideriamo ricordare soprattutto il fatto che in questi ultimi anni l’IRC ha continuato a rispondere in maniera adeguata e apprezzata ai grandi cambiamenti culturali e sociali che coinvolgono tutti i territori del nostro bel Paese.

I contenuti di questo insegnamento, declinati da specifiche Indicazioni didattiche, appaiono adeguati a rispondere efficacemente anche oggi alle domande più profonde degli alunni di ogni età, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado. La domanda religiosa è un’insopprimibile esigenza della persona umana e l’insegnamento della religione cattolica intende aiutare a riflettere nel modo migliore su tali questioni, nel rispetto più assoluto della libertà di coscienza di ciascuno, in quanto principale valore da tutelare e promuovere per una vita aperta all’incontro con l’altro e gli altri. Anche Papa Francesco nei giorni scorsi ha ricordato che “questa è la missione alla quale è orientata la famiglia: creare le condizioni favorevoli per la crescita armonica e piena dei figli, affinché possano vivere una vita buona, degna di Dio e costruttiva per il mondo” (Angelus nella Festa della Sacra Famiglia, 31 dicembre 2017).

A voi studenti desideriamo ricordare il diffuso apprezzamento che da anni accompagna la scelta di tale insegnamento. I vostri insegnanti di religione cattolica si sforzano ogni giorno per lavorare con passione e generosità nelle scuole italiane, sia statali che paritarie, sostenuti da un lato dal rigore degli studi compiuti e dall’altro dalla stima dei colleghi e delle famiglie che ad essi affidano i loro figli.

Per tutti questi motivi, desideriamo rinnovare l’invito ad avvalervi dell’insegnamento della religione cattolica, sicuri che durante queste lezioni potrete trovare docenti e compagni di classe che vi sapranno accompagnare lungo un percorso di crescita umana e culturale, decisivo e fondamentale anche per il resto della vostra vita.

 

Roma, 8 gennaio 2018
LA PRESIDENZA
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA