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Brambilla ai giovani: quel “Noi” che apre l’orizzonte e fa dire “EccoCi”

La giovinezza come età di passaggio, «l’etate che puote giovare», come scrive Dante, per diventare grandi e vivere da adulti. Ma anche l’età dell’”EccoCi”, da spendere nel presente come impegno, scommessa coraggiosa, scelte forti: con una sottolineatura, che sta tutta nella declinazione al plurale di quell’”EccoCi”: «Il cammino di quest’anno vuole sottolineare il “Noi”. prima precede il “noi” e poi viene l’“io”. Per educare un cucciolo d’uomo ci vuole un villaggio intero».


La torta della vita

Introduzione al sussidio di preghiera per i giovani 2019-2020 “E adesso… Vivi!” La sua giovinezza ci illumina
23-09-2019
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Discorso agli operatori di pastorale giovanile e ai sacerdoti

Assemblea di avvio dell’anno di pastorale giovanile 2019
20-09-2019
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E’ ‘invito che, ad avvio di anno pastorale il vescovo Franco Giulio  ha fatto ai giovani della diocesi di Novara: nella sua introduzione al sussidio di preghiera di quest’anno e nell’assemblea che ha riunito a Borgomanero sacerdoti ed operatori di pastorale giovanile.

 

Un invito mette al centro i temi forti di quest’anno in diocesi nell’impegno della comunità per le nuove generazioni, e che guarda all’Esortazione Apostolica Christus Vivit  che Papa Francesco ha scritto a seguito del Sinodo dello scorso anno dedicato ai giovani.

Di seguito i due interventi


La torta della vita

Introduzione al sussidio di preghiera per i giovani 2019-2020
“E adesso… Vivi!” La sua giovinezza ci illumina

 

Carissimi giovani,

«Cristo vive. Egli è la nostra speranza e la più bella giovinezza di questo mondo […] lui vive e ti vuole vivo!» (CV 1).

L’inizio squillante dell’Esortazione sinodale  di Papa Francesco (Cristo vive!), pubblicata dopo il Sinodo dei Giovani del 2018, ci dà come la scossa per interrogarci in modo radicale: la nostra è una vita “vera”? Se, come dice Dante, la giovinezza è «l’etate che puote giovare» (Convivio, 4,24), la domanda diventa: a che cosa giova questa età? La risposta è semplice e impegnativa nello stesso tempo: giova a diventare grandi e a vivere da adulti.

Adolescenza e giovinezza sono come i due tempi di un unico film: il primo tempo mette in scena i personaggi del racconto e fa scorrere le prime sequenze della trama, dove l’azione sembra annodarsi e ingarbugliarsi in storie spesso contorte e intricate; il secondo tempo imprime un’accelerazione con al centro un evento critico, in cui la storia è sottoposta a una prova insuperabile, fin quando un fatto imprevisto scioglie l’intrigo e la storia giunge alla fine. Magari è ancora un finale aperto, non ancora compiuto, che non sempre raggiunge un “…e vissero felici e contenti!”, ma certo è un “the end” che dà a pensare e apre al domani. È il futuro da adulti per cui vale la pena aver ricevuto la vita, essere nati, diventati adolescenti ed entrati nel dramma della giovinezza.

“Dramma” deriva dal greco dráma,  che significa azione. Non è solo un fare, mettendo in opera mezzi per ottenere degli scopi, ma è un agire che comporta sentimenti, passioni, scelte, decisioni, relazioni, risultati, fallimenti, conquiste e sempre nuove partenze. La vita è vera quando è un “dramma”, quando cioè diventa un agire che si distende nel tempo e costruisce storie in formato grande. La vita comporta scelte e decisioni, giorno per giorno, richiede piccole e grandi azioni, che costruiscono la nostra “scelta di vita”.

Eppure oggi sembra meglio non scegliere, pare più facile seguire il flusso degli eventi e delle cose che ci càpitano, è più desiderabile “lasciarsi vivere”. Ma questo genera disorientamento, improvvisazione, noia, ci fa tirare a campare. Per fortuna vi sono alcune cose stabili: la famiglia, la scuola, e, per i più grandi e fortunati, il lavoro. Sono come la base sicura su cui camminare: ma poi in che direzione andare? Ritorna la questione delle piccoli e grandi scelte della vita, soprattutto la domanda sulla direzione da prendere.

Vi racconto una storia, la mia storia che ho vissuto. La mia generazione è nata dopo la seconda guerra mondiale, il paese era distrutto, ma la voglia di fare e di ricostruire era tanta. Nei miei primi vent’anni si respirava l’aria buona per rischiare e tentare cose nuove. La parola magica era “progresso”. Avevamo pochi ingredienti per costruire la “torta della vita”. Noi abbiamo lottato per procurarcene altri, abbiamo faticato per portare a casa nuove possibilità di crescita, e, in colpo solo, abbiamo costruito il nostro futuro, la nostra vocazione, la nostra famiglia, il nostro Paese. E abbiamo vinto anche due volte il campionato del mondo!

È stato un periodo esaltante, un’età dove la parola-guida era “futuro”. Qualcuno ha anche buttato a mare il passato come un ferro vecchio, vi fu persino chi lo ha combattuto fino ad arrivare a negarlo, portando alla terribile tragedia del terrorismo. Ma questa è stata la malattia più grave che nascondeva un male più sottile. Nei traguardi raggiunti ci si è quasi inebriati dei risultati, ma soprattutto si sono trasmesse queste conquiste alla nuova generazione come se fossero state cose facili da ottenere e realizzare. La sfida, l’ingegno, la creatività, la lotta, il sacrificio, la condivisione, che avevano permesso di raggiungere questo grande traguardo, sono stati sottaciuti e oscurati. Si sono trasmessi solo i risultati, il benessere, il patrimonio, la possibilità infinita di mezzi, la facilità dei viaggi, e molto altro, ma non la fatica che costava ottenerli.

La “torta della vita”, però, non può essere trasmessa solo come una cosa, né come una ricetta, ma va consegnata come un mestiere, anzi come un’arte, l’“arte di vivere”! Oggi la nuova generazione giovanile si trova nella situazione capovolta. Non deve tanto arrabattarsi a cercare altri ingredienti, non deve ingegnarsi a cercare nuove risorse, ma è immersa e quasi sommersa da infinite possibilità. Quando un giovane di oggi sogna, può fantasticare su tutto: ha i social che aprono una finestra interattiva col mondo, dispone dei prodigiosi mezzi della comunicazione, sogni viaggi senza confini, dispone di risorse che alimentano ogni opportunità, ha accesso a ogni tipo di conoscenza scientifica, tecnica e bibliografica. Insomma tutto sembra facile e a portata di mano.

Il giovane oggi deve scegliere ogni giorno, facendosi strada in una foresta di possibilità diverse e affascinanti. Non sa, però, cosa scegliere e ha paura di perdere qualcosa. La malattia mortale da cui può essere colpito è la noia, che paralizza di fronte alle infinite possibilità della vita. La sua “torta della vita” ha a disposizione fin troppi ingredienti. Se non sceglie quali usare, ma soprattutto quali escludere, essa diventa immangiabile e indigeribile.

Il mio augurio per ciascuno di voi è questo: scegli ogni giorno ciò che può costruire il tuo futuro, decidi attraverso le piccole e grandi scelte di vita il tuo volto di domani. L’adolescenza e la giovinezza è l’età che può “giovare”… Che la tua giovinezza possa “giovare” ai desideri del tuo cuore. Per costruirne il tuo domani di adulto!

 

+ Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara


Discorso agli operatori di pastorale giovanile e ai sacerdoti

Assemblea di avvio dell’anno di pastorale giovanile

 

Volevo iniziare con una frase che mi ha sempre orientato e che mi piacerebbe che imparaste a memoria. È una frase di un autore dell’Ottocento, Johann Adam Möhler (1796 – 1838), e dice così:

Non vorremmo morire né asfissiati per estremo centralismo, né assiderati per estremo individualismo. Né uno può pensare di essere tutti, né ciascuno può pensare di essere il tutto, ma solo l’unità di tutti è una totalità. Questo è l’eídos (εἶδος), questa è la forza motrice della Chiesa cattolica!.

Il cammino di quest’anno vuole sottolineare tale “Noi”. Se chiedete a qualcuno in mezzo a voi, che proviene dal continente africano, vi risponderà che prima precede il “noi” e poi viene l’“io” e che per educare un cucciolo d’uomo ci vuole un villaggio intero.

Vi dico tre cose a proposito del “Noi”.

 

Il “noi” che ci precede

La prima parla del “noi” che ci precede: sono i nostri genitori e parenti. Da dove noi veniamo, com’è la mia casa, com’è il mio paese, com’è la mia città, com’è il mio ambiente, come sono le mie radici. Io non sono un fungo nel deserto, non sono un’orchidea in mezzo alla sabbia ma, se sono cresciuto bene, è perché sono stato piantato e cresciuto in un terreno nutriente. Andiamo con l’immaginazione in piazza san Pietro il 13 marzo del 2013: furono 32 i secondi in cui il Papa fece pregare in silenzio per lui! Stasera vi chiedo di pregare per quel “noi” che siamo, per quel “noi” in cui siamo cresciuti, di cui noi siamo la concretezza storica – io sono ciò che ho ricevuto! – per non perdere lo stupore originario della vita, e che si rinnova ogni mattina, quando ci chiediamo: “perché ci sono, e potrei non esserci!”. Ringraziamo per questo nel silenzio di qualche attimo…

Il “noi” in cui esistiamo

Dal “noi” da cui siamo venuti al “noi” in cui siamo, in cui staremo quest’anno, al noi attuale. Pensiamo all’orizzonte in cui ci collochiamo, agli ambienti che frequentiamo, come la scuola, il lavoro, la casa. Qui sono contenuti tutti i frammenti e gli impulsi della nostra vita: il “noi” attuale e vitale di oggi che comprende anche i nostri ambienti oratoriani ed ecclesiali, di studio e di lavoro.

Come percepiamo il “noi” ecclesiale? Solo come un luogo in cui si sta bene? E col quale ci rapportiamo solo quando “si sta bene” o da cui ci allontaniamo se non siamo stati bene? O lo sentiamo anche come un “noi” un po’ provocante, a volte inquietante, persino spigoloso, perché lo abita chi mi sta simpatico, ma anche chi è difficile e va preso a piccole dosi… Il “noi” attuale è la grande sfida: esso apre il mio “io”.

Io so chi sono, se lascio che l’altro si infiltri in me. Se poi pensiamo non solo ad un “altro” – al  singolare – ma agli “altri” – al plurale; se pensiamo a un altro che non è scelto, solo perché mi trovo bene con lui, ma è accolto perché, anche se non mi trovo bene, mi stimola ad allargare lo sguardo, allora comprendiamo come il “noi” attuale  sia provocante e promettente.

È il “noi” in cui siamo. Dedichiamo i primi mesi di quest’anno negli ambienti che abiteremo, diamoci del tempo per farci questa domanda semplice: se, come dice Gesù, raccogliessimo un solo proselito, uno che abbiamo convinto e persuaso, sceglierebbe di stare insieme a noi e di restare con noi, oppure se ne andrebbe? Troverebbe nel nostro “noi” un luogo esigente, stimolante, nutriente, oltre che un luogo dove si sta bene. La Chiesa non è solo la casa dove si sta bene, ma è il luogo dove si cammina verso il bene. Se anche non facessimo nulla per questo mondo, ma se facessimo solo del nostro ambiente la casa della fraternità, potremmo già cambiare il mondo.

Ho avuto la fortuna e la grazia di essere destinato, nei primi dieci anni di sacerdozio, di andare nel fine settimana nella parrocchia intitolata a san Giuseppe, collocata tra San Fruttuoso e San Rocco, a Monza, che da terreno arido il parroco è stato capace di trasformare in giardino in fiore. Ecco, allora, il nostro “noi” deve essere un noi “stimolante”, dove si va volentieri perché sentiamo che è un luogo di crescita, dove possiamo dire il nostro “eccoCi”.

È un “noi”, il nostro “noi”, dove si abita volentieri? In cui “volentieri” non significa spontaneamente, ma piuttosto con “buon volere”, perché capisco che è un luogo che mi fa crescere. Possiamo dire che il nostro è un ambiente dell’”eccoCi”? Dove il tutto è più della somma dei singoli addendi, in cui il totale è più della somma dei singoli “io”? La Chiesa è quella realtà grandiosa, dove uno, più uno, più uno, fa due e mezzo e, invece, dove uno, più uno, più uno e più uno ancora, fa già cinque. È una strana matematica. Se ci pensate un poco è proprio così: nei nostri ambienti, quando la vita comune funziona, la totalità è sempre di più della somma dei semplici addendi. Perché in mezzo ce n’è Uno che, non solo si infiltra in noi, ma che ci dà un pane per vivere. È un pane strano, che quando noi lo mangiamo, non lo assimiliamo in noi, ma ci assimila a Lui. Nella bolla “Transiturus” dell’11 agosto 1264, che conserviamo a Novara in uno dei due originali unici rimasti al mondo, con la quale si istituisce la festa del Corpus Domini, nella parte conclusiva si dice che questo [dell’Eucaristia] è un pane che, quando tu lo mangi, non lo assimili in te, ma ti assimila a Lui! Dobbiamo fargli spazio, e fare in modo che chi sta con noi si accorga che in mezzo a noi c’è questo Ospite “inquietante”: se fai spazio a Lui, riesci a far spazio a tutti.

Il “noi” che saremo

Il terzo “noi” è il “noi che saremo”, che vorremmo costruire, è quell’“eccoCi” che ci mette per strada. Mi ha colpito, la scorsa domenica, un’intervista a un filosofo, che è stato dei nostri, ma poi ha preso la sua strada, il quale ha dichiarato: «Noi corriamo il rischio di morire di nichilismo, cioè di quell’atteggiamento per cui facciamo le cose e sappiamo che non ci nutrono, che non ci danno vita, che ci annoiano. Per sentirmi vivo devo sballare, fare qualcosa di strano, di straordinario». Secondo questo filosofo, siamo noi adulti che non siamo stati in grado di trasmettere quei gesti che facendo crescere, diventano riti di iniziazione. Egli propone questa soluzione, soprattutto ai giovani: a diciotto anni fuori di casa, a mille chilometri di distanza, con un anno di servizio civile. Per ragazzi e ragazze. A noi forse basta almeno andare un po’ fuori dal grembo materno verso qualcuno. Ricordo con gioia coloro che quest’estate sono andati in missione, dopo aver ricevuto il mandato alla Route dei giovani. Vorrei ricordare accanto a questi, tutti coloro che hanno dedicato il loro tempo per i nostri Grest. Perché tutte queste scelte rappresentano il “noi” che saremo, l’“eccoCi” con cui costruiamo il nostro futuro. Più si diventa grandi, e più la base della nostra piramide di relazioni si restringe. Il numero degli amici, man mano che passano gli anni diminuisce, e s’impoveriscono anche le possibilità della vita.

Il “noi che saremo”, il “noi” futuro, deve essere un noi arioso, un “noi” con un orizzonte vasto. Facciamo questo proposito: una sera alla settimana, lasciamo che i nostri giovani, i nostri adolescenti, vadano in giro, ascoltino le altre persone, leggano un libro, in modo che il loro orizzonte si dilati e si arricchisca. L’”eccoCi” del come “noi saremo” ha bisogno di tale orizzonte più ampio. «Né uno può essere tutti, né ciascuno può essere il tutto, ma solo l’unità di tutti è una totalità. Questo è l’eídos della Chiesa cattolica!». Altrimenti si muore asfissiati e assiderati. E noi non vogliamo morire così!

+ Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara


Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo?

«Questa è la grande tentazione: immaginare che la vita si possa sistemare con un tocco di bacchetta magica, e c’è chi anche oggi ci incanta con queste promesse». Lo ha detto il vescovo Franco Giulio Brambilla ai giovani riuniti sulle sponde del Lago d’Orta – alla spiaggia di Lagna di San Maurizio d’Opaglio – lo scorso 1° giugno per la Route 2019, durante l’omelia che ha concluso la giornata dedicata al tema #EccoCI e alla riflessione su testimonianza e comunità.


Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo?
Omelia della Messa alla Route dei Giovani
01-06-2019
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Il vescovo ha accompagnato i ragazzi a riflettere su un tema che spesso ha riproposto ad adolescenti e giovani: la ricerca di una propria strada nella tensione tra il trovare le risposte nella propria vita e il rischio di immobilismo nell’attesa di quelle giuste.

Abitare questo limite, abitare la ferita tra la tensione a qualcosa di alto e lo stato di ricerca è la via indicata dal vescovo. Senza timori, e consapevoli di non essere soli: «Dovremmo poter dire sempre “EccoCi!”. Ciò dimostra che nella mia disponibilità ci sarà sempre uno accanto a me che mi stringe la mano per camminare insieme».

Di seguito il testo integrale dell’omelia.


Uomini di galilea, perché state a guardare verso il cielo?

Omelia della Messa alla Route dei Giovani

Introduzione

Doveva essere proprio così, all’inizio, intorno all’anno 30, quando Gesù incontrò i primi discepoli sulla riva del Lago di Galilea. Quel lago è due volte il lago che abbiamo di fronte, le cui misure dicono che il punto più profondo è di 143 metri, con una media di 70,9 m, mentre il lago di Galilea ha una profondità massima di 43 m, essendo un lago che subisce una forte evaporazione, perché si trova in una zona depressa.

È un lago simile a questo, ma certo Gesù non aveva schierati davanti a sé i giovani che tra voi partiranno per la missione! I suoi erano confusi tra la folla. A un certo punto Gesù dice: “Io vado a pescare!” (cfr. Mt 4,19; Mc 1,17Lc 5,4.10) Questa espressione è la stessa che Pietro ripete, sempre sul lago di Galilea, dopo la resurrezione (Gv 21,3a). Il Vangelo di Giovanni aggiunge che “in quella notte non presero nulla” (Gv 21,3b). Così si sperimenta una sproporzione, uno scarto, una distanza, un’ascesa, una salita tipica della vostra età.

Una psicanalista, Julia Kristeva, di origine bulgara, che vive e opera in Francia, e che fin da giovane ha studiato questi grandi fenomeni, ripresi nel suo libro dal titolo Bisogno di credere. Un punto di vista laico, Roma, Donzelli, 2006, afferma che noi coltiviamo dentro un incredibile bisogno di credere – usa proprio questa espressione! L’età nella quale questo bisogno è massimamente concentrato è l’adolescenza, la prima giovinezza. È il periodo nel quale uno deve credere al suo ideale e deve misurarlo poi col suo reale vissuto, che gli verrà incontro giorno per giorno. L’ideale è ciò che vediamo allo specchio, ciò che mettiamo sul profilo di Facebook e che cambiamo ogni giorno, perché la vetrina sia sempre rinnovata, mentre poi c’è il reale, ciò che realmente siamo e viviamo. Questo scarto tuttavia non è una condanna, ma è una sproporzione importante per l’adolescente-giovane. Al contrario noi adulti tendiamo ad accorciare questo scarto, questa ascensione, questo sguardo in alto. Se uno lo vive in modo drammatico come una lacerazione, una separazione, tra un “io”, quasi hollywoodiano, e poi il sé reale, che è diverso, depresso… allora si comprendono molte tensioni adolescenziali.

Ho voluto introdurmi con queste espressioni perché credo che in quell’inizio del Vangelo, che ho citato prima, anche per Gesù sia stata una situazione simile. Certo i discepoli non avevano il nostro modo di vedere la vita e attendevano piuttosto un Messia nella Palestina di quei tempi, che non era messa meglio di oggi, occupata allora dai Romani. Attendevano un Messia che venisse con braccio forte e disteso, e sistemasse tutte le cose quasi con un tocco di bacchetta magica! Questa è la grande tentazione: immaginare che la vita si possa sistemare con un tocco di bacchetta magica, e c’è chi anche oggi ci incanta con queste promesse.

Invece le cose belle stanno dentro questo scarto, che se talvolta diventa una ferita, una ferita aperta e guardata come una scommessa, ci fa decidere di partire! Con i ragazzi vestiti delle maglie azzurre, con cui ho fatto volentieri la foto, ci diamo questo appuntamento: tornate a casa con la vostra maglietta azzurra logora, consunta – anche come prova che siete stati in Africa o in America Latina! – però ritornate a casa per raccontare quello che avete visto e vissuto. Non saranno cose strane, cose difficili, però vedrete come laggiù la vita vi mette in sesto, come il reale diventa così forte e potente da essere lì nella sua bellezza. Vi metterà in ordine anche le paturnie che ci fanno soffrire magari durante l’anno! E questo sarà l’effetto collaterale previsto…

Per tutti noi, che invece rimaniamo, possiamo vivere la stessa cosa anche stando a casa. Partiremo idealmente da questa sponda, come dal mare di Galilea, da una riva proprio uguale a questa …

E dentro questo scarto, questa apertura, questa ferita, oggi cosa portiamo? Ci facciamo guidare brevemente da una frase, tratta dagli Atti degli Apostoli:

“Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo?” (At 1,11)

La domanda di questi uomini in bianche vesti è provocatoria, perché essi ci dicono di non guardare in alto, per non perdere l’aderenza dei piedi alla terra. Questo è il vero significato dell’espressione! E, l’aderenza dei piedi alla terra, quale significato ha? Ci viene detto al versetto 7 dello stesso primo capitolo degli Atti:

1. «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere» (At 1,7). Dunque la prima cosa che vi dico è: non spetta a noi conoscere i tempi, i momenti! Significa che non spetta a noi tenere in mano il tempo, dominarlo, mettere tutto sul calendario, senza lasciare uno spazio libero, soprattutto quello del cuore. Vedrete che la prima cosa drammatica, e ugualmente bellissima, in Africa o in America Latina è la seguente: non c’è più il tempo, o meglio il tempo è un’altra cosa. Quando ci diranno: “Ci vediamo verso il calar del sole o il sorgere del sole!” Vi chiederete: quand’è di preciso? Non sappiamo! Là si vive un’altra dimensione del tempo, già a livello umano, perché non è il tempo da rincorrere, ma il tempo che è per noi. Quest’aspetto tuttavia, che è solo il lato esterno, ne custodisce uno più profondo. Il tempo è il luogo dove noi facciamo le esperienze più belle: se noi vogliamo prevedere tutto, niente di buono bussa alla nostra porta, niente di bello può sorprenderci, cioè può prenderci-come-da-sopra. Dunque alla domanda «perché state a guardare il cielo?», la risposta è che non spetta a noi conoscere i tempi e i momenti! È una cosa che vale per tutti noi, anche per noi che rimarremo a casa. Vi invito a vivere un anno in questo modo, un anno nel quale ci concediamo almeno mezza giornata in una settimana, per assaporare la vita come ci viene incontro, non come la vogliamo dominare noi. Bisognerebbe proprio sbarrarla sulla nostra agenda. Magari ci capita qualcosa di imprevedibile, che sta lì a bussare alla nostra porta!

2. «Ma riceverete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi» (At 1,8). Il tempo opportuno non è un tempo vuoto, un tempo da ammazzare, ma è un tempo che ci fa sentire una mancanza, è lo spazio nel quale si riceve una forza che scende dall’alto. Se vi raccontassi la mia esperienza, le cose più belle della mia vita sono accadute così, le ho ricevute così. Noi abbiamo bisogno di credere che in questo scarto, in questo attraversamento, non siamo noi da soli! Non è facile perché, se uno si guarda, sembra che debba fare i conti solo con se stesso, in una solitudine estrema, ma questa non è una cosa bella.

Provo con una domanda: “Noi avremmo tre persone di cui poterci fidare ciecamente?” Nella mia esperienza io le ho trovate, conquistate con fatica…  Queste persone sono un po’ la forza dello Spirito che vi sta accanto, sono un segno nella storia della promessa: “Ricevete forza dello Spirito dall’alto”. A volte la vita è stata dura, però non mi ha mai abbandonato. Ho imparato per esempio la “regola delle tre notti!” Quando mi è accaduto di vivere un fatto molto difficile, ho appreso che non ci si deve mai agitare subito, ma è saggio dormirci su tre notti! Poi comincia a cambiare il modo di percepirlo, magari resta come è, tale e quale, però cambia lo sguardo, cambia la tua disponibilità, cambiano le tue cose, perché la regola è che dopo la pioggia o la tempesta torna sempre il sereno…

Queste stagioni dell’anima, rappresentate dalla tempesta e dal sereno, sono difficili da gestire dentro le nostre emozioni. Sono tutti frammenti di quello Spirito che viene dall’alto e che si rendono presenti nelle persone, negli amici, negli educatori, nei referenti… e che si rendono presenti anche negli eventi, negli incontri. È anche il recupero della dimensione del “noi” – la dimensione di quell’ “EccoCi” che è il tema di oggi. Dovremmo poter dire sempre “EccoCi!”. Ciò dimostra che nella mia disponibilità ci sarà sempre uno accanto a me che mi stringe la mano per camminare insieme. Come ho detto in altre occasioni, il motivo vero per cui Gesù li manda a due a due (cfr Mc 6,7 e Lc 10,1) è richiamato dal libro del Qoèlet, il quale dice che “è meglio essere in due che uno solo, perché se uno cade, l’altro lo sostiene” (Qo 4,9). È una sorta di proverbio dell’Antico Testamento, molto semplice, che però ha dentro una sapienza e una bellezza infinita. Ecco il senso di questo “EccoCi”! È anche il senso della Chiesa, che non è una sovrastruttura, ma è il legame senza il quale noi moriremmo. Se noi restassimo soli, moriremmo!

Lo diciamo anche di fronte ai fatti di cui abbiamo sentito parlare in questi giorni: non sappiamo cosa si è annidato nel cuore e nella mente di quei due giovani e non possiamo valutare questa follia, ma è significativo che non ci sia stato intorno nessuno che li aiutasse a portare avanti una difficile situazione ed è accaduta la tragedia per il piccolo Leonardo!

  1. “…e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1,8).

Stamani si è parlato dei santi Giulio e Giuliano, partiti da Ègina. Questo tempo, questo spazio, che noi non dobbiamo dominare e per il quale riceviamo una forza dall’alto è – dice san Luca – il tempo dalla testimonianza! San Luca è il primo che genialmente interpreta l’assenza di Gesù – dall’ascensione Gesù non è più presente col suo corpo in mezzo a noi – non come un tempo vuoto, ma come il tempo della testimonianza.

Cosa significa “testimonianza”? Vuol dire che io sono capace di indicare a te la presenza di un altro. Indicarlo a te con il tuo linguaggio, ma attraverso la mia vita: ti dico che io ho avuto un “incontro” importante, talmente decisivo che me lo fa attestare a te! Il testimone è come attratto da due poli contrapposti: da un lato, verso il destinatario, dall’altro, verso chi lo manda…

Ricordate, cari giovani che partite (ma anche voi che restate), di non vivere con l’intento di essere solo bravi: date agli altri quel che potete, date e ricevete da loro quel che possono darvi. È uno scambio simbolico tra voi e loro. Porterete voi e le vostre cose, ma loro vi daranno le loro esperienze: il senso della comunità, dell’appartenenza, del tempo, cose che noi ormai abbiamo dimenticato. Noi dobbiamo essere testimoni di tutto questo.

Possiamo anche noi prendere la nostra barca e la nostra barca può arrivare anche semplicemente solo all’Isola San Giulio… Ho già ricordato stamani il funerale della Madre Badessa, Anna Maria Cànopi, che ha abitato in quel luogo ben quarantacinque anni. Una domenica di un anno fa, era il 26 giugno dello scorso anno, al mio gruppo famiglie la Madre ha dato una risposta bellissima. In particolare, a chi le aveva chiesto qual era il senso della loro vita, la Madre, rispondendo, usò questa immagine: “Noi siamo come una centrale idroelettrica” – una volta si diceva che il monastero era come il parafulmine, usando un’immagine un po’ difensiva –. L’immagine utilizzata richiama il fatto che una centrale idroelettrica trasforma l’energia cinetica dell’acqua, o un’energia di altro tipo, per trasmetterla verso l’esterno come energia elettrica. E, come se l’energia continuamente ricevuta dall’alto coi doni dello Spirito, venga continuamente trasformata, nella preghiera, nell’ascolto e nella vita comune del monastero, e rilasciata come corrente di vita nello Spirito che alimenta la nostra povera esistenza quotidiana. In effetti tutte le volte che passo di qui mi interrogo e chiedo anche agli adulti e alle autorità di provare ad immaginare questa situazione: se per quarantacinque anni sull’Isola San Giulio non ci fossero state queste monache, cosa ne sarebbe stato di questo luogo!? Dal giorno della morte della Madre al giorno del funerale sono passate a salutarla circa ventimila persone. Questo è il segno: la “centrale idroelettrica” che trasforma energia! Questo è il testimone: è chi accoglie talmente tanta energia che viene dall’alto, e la trasforma e trasmette naturalmente… a chi lo incontra, perché gli trasmette che l’incontro con Gesù è stato e continua ad essere decisivo per lui. Un incontro contagioso!

Questo è il mio augurio: accompagniamo con la preghiera questi nostri amici che partono, con un po’ di santa nostalgia, ma desidero che stasera tutti voi, quando andrete a casa, possiate dire: “Abbiamo trascorso e vissuto una bella giornata!” Ripeto. Che possiate dire: “è stato un bel giorno di festa!”.

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara

 

Oratori, incontro su sicurezza e privacy

Dopo l’incontro di fine febbraio con i rappresentanti di Regione e Asl NO sulla legge regionale che regola l’attività e l’organizzazione dei Grest, nuova serata per approfondire gli aspetti legali dell’attività estiva degli oratori.

L’appuntamento è per martedì 14 maggio alle 20.45, nel salone dell’oratorio di Borgomanero (Via Dante Alighieri 7/9)

Interverranno Andrea Marchi e Angela Emanuele, di Labor Service, società specializzata in consulenza e formazione, che presenteranno temi legati alla normativa sulla sicurezza e sulla privacy. Spazio sarà dedicato alla risposta di quesiti e dubbi legati dell’applicazione pratica delle leggi vigenti.

Sono invitati i sacerdoti e gli operatori pastorali che si occupano dell’organizzazione dei centri estivi nelle parrocchie.

 

 

Lunedì dell’Angelo, cinque minuti con la Parola

Una piccola Lectio, una proposta per ritagliarsi cinque minuti di preghiera e ascolto della Parola nella giornata in cui si fa memoria dell’Epifania del Signore. Il testo è tratto da Cercatori di felicità,  sussidio di preghiera della diocesi di Novara, pensato e curato dall’’Ufficio per la Pastorale giovanile.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (28,8-15)
Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: “Salute a voi!”. Ed esse si avvicinarono, gli abbrac- ciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: “Non temete; andate a annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedran- no”. Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, die- dero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: “Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormiva- mo”. E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo per- suaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione”. Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino a oggi.

 

Commento

“Non temete”: con queste parole Gesù invita e con- vince le due Marie ad annunciare la Risurrezione ai discepoli. Evidentemente le parole dell’angelo, nella prima parte del capitolo 28, non erano bastate a convincere le donne. Chissà cosa passa in quei momenti nel loro cuore e nella loro mente… Dopo giorni di sofferenza e agonia per la morte di un figlio, di un fratello, di un amico che mi ha salvato la vita, c’è uno spiraglio di buona notizia.
Altro che spiraglio! C’è un sole intero che illumina la notte e dà inizio a un nuovo giorno, una nuova alba. “Mi sarò inventata tutto?”, si sarà chiesta Maria di Magdala; “È stata una visione!”, avrà ribadito l’altra Maria.
Timore, preoccupazione, ansia che tutto questo potesse non essere vero. “Ma se neanche noi siamo certe di ciò che abbiamo visto, chi ci prenderà sul serio?. E poi siamo donne, in questa società valiamo poco, nessuno crederà al sogno di due donne con il cuore in frantumi. Rischiamo una figuraccia”. Proprio quando stiamo per desistere e battere in ritirata appare lui: “Non temete”. “Sono io, il Maestro, Gesù di Nazaret, il Crocifisso”.
Quest’incontro, l’abbraccio, le lacrime, i baci e le carezze rianimano le donne. La relazione con il Risorto abbatte le paure e smuove i piedi. Non riesci più a stare fermo e vai ad annunciare nonostante le difficoltà che continuano a esserci. Ciò che ti spinge è una forza inarrestabile, è una buona notizia che non puoi tenere solo per te.

 

Preghiera

Gesù, Maestro, Risorto,
vienimi incontro nelle mie giornate,
nel mio vissuto quotidiano,
affinché con la potenza della tua Parola
io possa abbattere tutti i muri eretti dalle mie paure, che mi impediscono di trovare la vera via della gioia.
 


“Cercatori di felicità” è il sussidio per la preghiera quotidiana della Diocesi di Novara per l’anno 2018-2019, pensato e curato dall’Ufficio per la Pastorale giovanile.

 

PER INFORMAZIONI: LA PRESENTAZIONE DEL SUSSIDIO

PRENOTAZIONI: giovani@diocesinovara.it

 

Santa Pasqua, cinque minuti con la Parola

Una piccola Lectio, una proposta per ritagliarsi cinque minuti di preghiera e ascolto della Parola nella giornata in cui si fa memoria dell’Epifania del Signore. Il testo è tratto da Cercatori di felicità,  sussidio di preghiera della diocesi di Novara, pensato e curato dall’’Ufficio per la Pastorale giovanile.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (20,1-9)
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro.
Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepol- cro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al se- polcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti

 

Commento

Pasqua di Risurrezione: la solennità più importante di tutta la cristianità. Si celebra l’avvenimento principale della no- stra fede e redenzione.
Mentre ieri la liturgia ha presentato l’apparizione degli angeli alle donne che annunciava la Risurrezione di Gesù, il Vangelo di oggi, invece, si sofferma sull’angosciosa notizia che Maria Maddalena porta agli Apostoli: ”Hanno rubato il corpo di Gesù”.
Pietro e Giovanni vanno al sepolcro per sincerarsi della situazione e, mentre Pietro vede la stessa scena di Giovanni, ma “non crede”, l’altro Apostolo “vede e crede”. Perché questo? Perché la fede non si basa solamente su un’indagine razionale, come se il Signore fosse solo un personaggio della storia o un fenomeno da osservare e analizzare secondo ben precise regole scientifiche; ci vuole certo l’uso corretto e onesto della ragione per accostarsi “all’evento Gesù”, ma non basta, perché tu sei solamente creatura ed è segno di uno smisurato e ingenuo orgoglio pretendere che la creatura comprenda del tutto l’essere e l’agire del suo creatore. Giovanni è il discepolo più vicino a Gesù, colui che “il Maestro amava”, perché è il discepolo che aveva incontrato il Signore aprendo a lui completamente il suo cuore e la sua anima.
Capire Cristo e amarlo vuol dire “incontrarlo” nella propria vita come si incontra e si ama una persona viva e reale (perché lui è vivo e reale) e non “studiarlo”. E lo puoi incontrare soprattutto nella Chiesa che ti parla di lui proclamando la sua Parola e comunicandoti la sua stessa vita nei sacramenti. Sei disposto a fare questo incontro?

 

Preghiera

Pasqua di Risurrezione,
Pasqua di vita e di liberazione,
ma soprattutto di incontro con te, o mio Dio. E ti ritrovo presente nella mia vita
da dove tu non ti sei mai allontanato.
E ti ritrovo compagno del mio cammino
e più ti conosco e più ti amo,
e più ti amo e più mi affiderò a te
perché nel giorno della mia risurrezione possa per l’eternità stare al tuo fianco.

 


 

“Cercatori di felicità” è il sussidio per la preghiera quotidiana della Diocesi di Novara per l’anno 2018-2019, pensato e curato dall’Ufficio per la Pastorale giovanile.

 

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PRENOTAZIONI: giovani@diocesinovara.it