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Appuntamenti e news che riguardano il vescovo di Novara, mons. Franco Giulio Brambilla

Il vescovo ai giovani: «Cristo risorto, speranza viva… per noi»

L’incontro con Cristo come fonte di una speranza «viva», che trova il suo senso e la sua completezza solo quando non è vissuta in una dimensione personale e intimistica, ma quando diventa generativa: cresce nella relazione con gli altri e con il Signore, nella preghiera.

E’ il cuore del messaggio che il vescovo Franco Giulio Brammbilla ha voluto affidare ai giovani della diocesi di Novara, radunati a Boca per la Veglia delle Palme 2019, appuntamento per vivere la Giornata mondiale della gioventù in diocesi. Lo ha fatto nel suo intervento durante la celebrazione e consegnando loro uno scritto al termine dell’incontro e rivolgendosi direttamente a loro nel suo intervento durante la Veglia, nel quale il vescovo ha proposto l’immagine esplicativa del Quadrato della Speranza.


L’intervento del vescovo durante la celebrazione

Il Quadrato della Speranza
Intervento alla Veglia delle Palme 2019
13-04-2019
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Il messaggio del vescovo consegnato al termine della celebrazione

Cristo risorto, speranza viva… per noi
Messaggio ai giovani della diocesi per la Veglia delle Palme 2019
13-04-2019
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E nella tappa conclusiva del triennio che Papa Francesco ha voluto dedicare a Maria, è proprio la giovane di Nazareth che mons. Brambilla chiede di guardare: «Ragazzi, questa non è una strada semplice: non vi metterà al riparo da fatiche e delusioni. Anche per Maria non è stato così. Ma è la strada per la felicità, che guarda al bello e al vero della vita. E che si fonda sull’affidarsi a Dio: sul lasciarsi sostenere dallo sperare in una persona viva e concreta, che rende tutto più leggero».

Di seguito i due testi integrali del messaggio rivolto ai giovani del vescovo Franco Giulio.

Il Quadrato della Speranza

 

La parola “speranza” non è originale della lingua cristiana, appartiene al linguaggio umano di ogni tempo. In particolare, appartiene alla stagione della giovinezza, perché in quell’età si ha più futuro davanti che passato alle spalle. Ma oggi sembra essere afflitta da diverse patologie. Nel tempo della società gassosa che ci spinge a cercare risposte e gratifiche nell’immediato, l’attesa del futuro esige di correggere le malattie della speranza e di mettere in luce i germogli positivi presenti nelle esperienze della vita attuale.
Come fare per essere testimoni di speranza tutti i giorni? Per rispondere a questa domanda, vorrei proporvi una riflessione in quattro passi, che sono come i quattro lati di un quadrato. Il quadrato della speranza!


“Io spero…”
Il primo passo della speranza è quello più semplice e proprio per questo è quello cui si pensa meno. Tutti voi, quando vi svegliate e vi alzate dal letto compite questo atto: “io spero…” ed entrate con fiducia nella giornata che vi sta davanti. È l’atteggiamento che ci permette di affrontare gli impegni, il lavoro, lo studio, gli incontri, le fatiche che ci attendono.

“Io spero che…”
Quando poi mettete a fuoco la vostra agenda quotidiana, dal semplice “io spero…”, si passa allo “io spero che…”: spero che la verifica vada bene, spero di riuscire a terminare il lavoro che ho iniziato, spero di avere il tempo per incontrare quel mio amico. E’ la forma pratica dello sperare: è quello che muove all’azione. Tutti gli “io spero che…” sono i sogni delle cose belle e buone che vorreste fare, incontrare e ricevere durante il giorno.

“Io spero in te…”
Poi c’è un terzo passo. È forse quello meno immediato, ma è proprio quello che qualifica il nostro vivere quotidiano. È la tensione tra l’“io spero…” e l’“io spero che…”. È un orizzonte che si allarga, che non si ferma all’oggi e al qui, ma interroga l’intera nostra vita. È lo slancio che anima il nostro quotidiano, che lo abita, ma che ce lo fa anche superare. Senza ritrovare questo slancio della speranza dentro le esperienze della vita, soprattutto negli ambienti dello studio e del lavoro, del divertimento e dello sport, dell’amicizia e del volontariato, non sarà possibile un annuncio della speranza viva del Risorto.

“Io spero in te… per noi”
Ma adesso vi chiedo di fare con me un ultimo passo. Perché, vedete, lo slancio della speranza viva nasce da voi stessi, ma non si ferma lì: è per tutti, per tutti noi. L’espressione di Gabriel Marcel: “io spero in te per noi” racconta proprio di questo, mettendo in luce due aspetti.
Anzitutto, il legame interpersonale (per noi) della speranza. Non si può sperare da soli, mentre si può essere disperati restando soli. Oggi sempre più spesso la speranza è confinata nello spazio intimo di una speranza individualistica o nell’ambito ideologico di un progressismo sociale, senza che si riesca a vedere il legame che unisce le speranze della persona e le attese della società. Il bene che io cerco, che io spero, è davvero per me solo se è bene anche per gli altri.
Il secondo aspetto dello sperare “per noi”, è che esso diventa preghiera, diventa invocazione. Alla fine, la speranza ha la sua forma umana compiuta quando diventa preghiera che invoca la presenza del Dio della vita e del Signore della storia. La figura cristiana della speranza conduce così a fissare lo sguardo sul Signore. Egli è la speranza viva, sorgente della testimonianza nel mondo.
L’offuscamento della sostanza viva della fede cristiana, che ha il centro nel Crocifisso risorto, paralizza le forme della comunicazione del Vangelo. Oggi si fa fatica ad essere testimoni del Vangelo perché perdiamo di vista il suo centro, il nucleo centrale che dà vita alla nostra speranza: Gesù è risorto!

Impariamo da Maria, che ci ha accompagnato in questi tre anni: il suo sì è stato un sì sicuro perché pieno di speranza. Quella speranza che è pronta a farsi sorprendere, a farsi mettere in gioco. Il suo non è stato un semplice “io spero che…”, ma un “io spero in te… per noi”. Ha lasciato che il Signore non rispondesse solo ai suoi desideri, ma che li superasse in un modo addirittura inimmaginabile.
Allora, come augurio per questa Pasqua, vi voglio dedicare le parole del filosofo della speranza (G. Marcel):

«Io spero in te per noi»… Bisogna dire che sperare, così come possiamo presentirlo, è vivere in speranza, al posto di concentrare la nostra attenzione ansiosa sui pochi spiccioli messi in fila davanti a noi, su cui febbrilmente, senza posa, facciamo e rifacciamo il conto, morsi dalla paura di trovarcene frustrati e sguarniti. Più noi ci renderemo tributari dell’avere, più diverremo preda della corrosiva ansietà che ne consegue, tanto più tenderemo a perdere, non dico solamente l’attitudine alla speranza, ma alla stessa fiducia, per quanto indistinta, della sua realtà possibile. Senza dubbio in questo senso è vero che solo degli esseri interamente liberi dalle pastoie del possesso sotto tutte le forme sono in grado di conoscere la divina leggerezza della vita in speranza.


Cristo risorto, speranza viva… per noi

«Io spero in te per noi»: così Gabriel Marcel, un filosofo francese, esprimeva in modo sintetico la prova a cui era sottoposta la speranza, nel momento terribile dell’ultima guerra mondiale. Anche oggi, in un tempo pieno di possibilità e di mezzi, la speranza è un bene di scarsa disponibilità, che si compra a caro prezzo. Sapete, cari ragazzi, quando incontro studenti della vostra età, chiedo spesso: cosa sperate per il vostro domani? La risposta è talvolta deprimente: cosa vuole, non riusciamo a vedere oltre il prossimo weekend…!

Ma cosa è la speranza cristiana? La speranza cristiana è una persona. Una persona che ha il volto del Crocifisso risorto, che potete incontrare e conoscere nella parola annunciata, nell’Eucaristia celebrata, nella comunità credente, nelle attese del mondo. È la forza propulsiva della Pasqua!

La speranza è il dono con cui la Chiesa si lascia di nuovo “generare” dal Signore. La Chiesa riceve sempre da capo il Vangelo della Pasqua, il dono dello Spirito e la ricchezza variegata dei suoi doni. E voi, cari ragazzi, siete chiamati ad essere i protagonisti di questa rigenerazione, perché siete la Chiesa di domani, siete il mondo di domani, siete coloro che aiutano a tenere “viva” la nostra speranza.

 

  1. «Egli ci ha generati a una speranza viva» (1Pt 1,3)

Vorrei, allora, porgere ad ognuno di voi questa domanda semplice: tu, adolescente e giovane, guardi  il tuo futuro con una speranza viva? Proviamo a vedere cosa significa lasciandoci ammaestrare dall’Apostolo Pietro che nella sua Prima Lettera utilizza proprio la metafora della “nuova generazione” per parlare dell’attesa umana e della speranza cristiana.

L’inno di benedizione con cui si apre la Prima lettera di Pietro è una lode a “Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo”. Pietro così continua: «nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva» (1Pt 1,3). La parola chiave della benedizione è la “speranza viva” alla quale siamo generati mediante la risurrezione di Gesù. L’Apostolo usa la metafora della “generazione” per affermare che il credente nasce di nuovo nella Pasqua di Gesù.

Proseguendo nella lettura della lettera, troviamo tre aspetti essenziali che Pietro mette in luce: la nuova generazione è rinascita pasquale nella risurrezione dai morti; ha il suo luogo sacramentale nel battesimo; trova il suo significato esistenziale nella vita mediante la fede. Al centro, dunque, stanno il Risorto e la sua azione che genera in noi una speranza vivente e attiva.

La speranza è precisata “come una eredità che non si corrompe, non si macchia, non marcisce” (1,4). La speranza cristiana è un’eredità promessa, è quasi una caparra di un bene più grande, che ha un anticipo nell’esperienza filiale e fraterna dei credenti. È descritta nei suoi tratti salienti così: è incorruttibile, perché è custodita nei cieli per noi (v. 4b); è incontaminata, perché accolta nella fede (v. 5a); è indistruttibile, perché non si può perdere, va al di là della morte, per raggiungere la pienezza stessa della vita di Dio (v. 5b). Questa è la “speranza viva” di cui parla l’Apostolo.

 

  1. Una speranza viva per noi

Dunque, cari ragazzi, la speranza viva è la stella polare che ci deve guidare nel cammino: il primo motivo del nostro convenire è quello di lasciarci sempre, di nuovo, generare e alimentare dalla speranza della risurrezione, così che essa diventi capace di interpretare e di realizzare le attese e le speranze degli uomini d’oggi, di mettere in contatto la ricerca di vita, di relazioni buone, di giustizia, di libertà e di pace, con la fonte stessa della speranza viva, Gesù risorto.

La parola “speranza” non è originale della lingua cristiana, appartiene al linguaggio umano di ogni tempo. In particolare, appartiene alla stagione della giovinezza, perché in quell’età si ha più futuro davanti che passato alle spalle. Ma oggi sembra essere afflitta da diverse patologie. Nel tempo della società gassosa che ci spinge a cercare risposte e gratifiche nell’immediato, l’attesa del futuro esige di correggere le malattie della speranza e di mettere in luce i germogli positivi presenti nelle esperienze della vita attuale.

Quindi, che cosa ci è richiesto per partecipare alla speranza viva di Cristo risorto che ci ha mostrato l’Apostolo Pietro? Come fare per esserne testimoni tutti i giorni? Nella ricerca delle risposte a queste domande, vorrei proporvi una riflessione in quattro passi.

 “Io spero…”

Il primo passo della speranza è quello più semplice e proprio per questo è quello cui si pensa meno. Tutti voi, quando vi svegliate e vi alzate dal letto compite questo atto: “io spero…” ed entrate con fiducia nella giornata che vi sta davanti. È l’atteggiamento che ci permette di affrontare gli impegni, il lavoro, lo studio, gli incontri, le fatiche che ci attendono.

“Io spero che…”

Quando poi mettete a fuoco la vostra agenda quotidiana, dal semplice “io spero…”, si passa allo “io spero che…”: spero che la verifica vada bene, spero di riuscire a terminare il lavoro che ho iniziato, spero di avere il tempo per incontrare quel mio amico. È la forma pratica dello sperare: è quello che muove all’azione. Tutti gli “io spero che…” sono i sogni delle cose belle e buone che vorreste fare, incontrare e ricevere durante il giorno.

“Io spero in te…”

Poi c’è un terzo passo. È forse quello meno immediato, ma è proprio quello che qualifica il nostro vivere quotidiano. È la tensione tra l’“io spero…” e l’“io spero che…”: “io spero in te…”. È un orizzonte che si allarga, che non si ferma all’oggi e al qui, ma interroga l’intera nostra vita. È lo slancio che anima il nostro quotidiano, che lo abita, ma che ce lo fa anche superare e che guarda al Signore.  Senza ritrovare questo slancio della speranza dentro le esperienze della vita, soprattutto negli ambienti dello studio e del lavoro, del divertimento e dello sport, dell’amicizia e del volontariato, non sarà possibile un annuncio della speranza viva del Risorto.

“Io spero in te… per noi”

Ma adesso vi chiedo di fare con me un ultimo passo. Perché, vedete, lo slancio della speranza viva nasce da voi stessi, ma non si ferma lì: è per tutti, per tutti noi. L’espressione del filosofo: “io spero in te per noi” racconta proprio di questo, mettendo in luce due aspetti.

Anzitutto, il legame interpersonale (per noi) della speranza. Non si può sperare da soli, mentre si può essere disperati restando soli. Oggi sempre più spesso la speranza è confinata nello spazio intimo di una speranza individualistica o nell’ambito ideologico di un progressismo sociale, senza che si riesca a vedere il legame che unisce le speranze della persona e le attese della società. Il bene che io cerco, che io spero, è davvero per me solo se è bene anche per gli altri.

Il secondo aspetto dello sperare “per noi”, è che esso diventa preghiera, diventa invocazione. Alla fine, la speranza ha la sua forma umana compiuta quando diventa preghiera che invoca la presenza del Dio della vita e del Signore della storia. La figura cristiana della speranza conduce così a fissare lo sguardo sul Signore. Egli è la speranza viva, sorgente della testimonianza nel mondo.

L’offuscamento della sostanza viva della fede cristiana, che ha il centro nel Crocifisso risorto, paralizza le forme della comunicazione del Vangelo. Oggi si fa fatica ad essere testimoni del Vangelo perché perdiamo di vista il suo centro, il nucleo centrale che dà vita alla nostra speranza: Gesù è risorto!

 

  1. Maria, la divina leggerezza della vita in speranza

Impariamo da Maria, che ci ha accompagnato in questi tre anni: il suo sì è stato un sì sicuro perché pieno di speranza. Quella speranza che è pronta a farsi sorprendere, a farsi mettere in gioco. Il suo non è stato un semplice “io spero che…”, ma un “io spero in te… per noi”. Ha lasciato che il Signore non rispondesse solo ai suoi desideri, ma che li superasse in un modo addirittura inimmaginabile.

Ragazzi, questa non è una strada semplice: non vi metterà al riparo da fatiche e delusioni. Anche per Maria non è stato così. Ma è la strada per la felicità, che guarda al bello e al vero della vita. E che si fonda sull’affidarsi a Dio: sul lasciarsi sostenere dallo sperare in una persona viva e concreta, che rende tutto più leggero.

Allora, come augurio per questa Pasqua, vi voglio dedicare le parole del filosofo della speranza:

«Io spero in te per noi»… Bisogna dire che sperare, così come possiamo presentirlo, è vivere in speranza, al posto di concentrare la nostra attenzione ansiosa sui pochi spiccioli messi in fila davanti a noi, su cui febbrilmente, senza posa, facciamo e rifacciamo il conto, morsi dalla paura di trovarcene frustrati e sguarniti. Più noi ci renderemo tributari dell’avere, più diverremo preda della corrosiva ansietà che ne consegue, tanto più tenderemo a perdere, non dico solamente l’attitudine alla speranza, ma alla stessa fiducia, per quanto indistinta, della sua realtà possibile. Senza dubbio in questo senso è vero che solo degli esseri interamente liberi dalle pastoie del possesso sotto tutte le forme sono in grado di conoscere la divina leggerezza della vita in speranza.

 

                                                                                                                  + Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara

Previsioni di pioggia: la Veglia delle Palme 2019 si trasferisce a Boca

Le previsioni meteo, che annunciano piogge intense per sabato 13 aprile, hanno costretto gli organizzatori a decidere di trasferire la Veglia delle Palme 2019, inizialmente in programma nella città di Omegna, al Santuario di Boca. L’appuntamento ora è a partire dalle 18, con la celebrazione presieduta da mons. Franco Giulio Brambilla che inizierà alle 20.45.

«Il programma cambia, ma non il cuore della proposta: un momento per i giovani della diocesi di preghiera e riflessione guidato dal vescovo  – dice don Marco Masoni, direttore dell’ufficio di pastorale giovanile -. Vorrei ribadire il nostro grazie alla città e alla parrocchia di Omegna per il lavoro in sinergia che abbiamo fatto in queste settimane. Un grazie che va soprattutto ai giovani dell’oratorio, che anche al Santuario, ci aiuteranno nell’organizzazione vestendo le “pettorine blu” e i volontari della Cittadella Del Gusto, che al termine offriranno un dolce a tutti i partecipanti».

IL NUOVO PROGRAMMA DELLA VEGLIE DELLE PALME 2019

Il programma prenderà il via alle 18 con la tavola rotonda – moderata dal giornalista di Radiocor Il Sole 24 Ore Andrea Fontana –  “Cercatori di felicità”, con ospiti il gesuita Emilio Zanetti e l’atleta paralimpico Daniele Cassioli.

A partire dalle 19 e sino alle 20.30 circa, spazio per le confessioni e l’Adorazione.

Dopo la cena al sacco, la Veglia si aprirà alle 20.45 con l’accoglienza dell’immagine della Madonna del Sangue di Re icona-simbolo del triennio di pastorale giovanile, portata dai ragazzi di Varallo, dove si era tenuta la Veglia 2018.

Route 2018, il racconto per immagini

Domenica 3 giugno si è tenuta a Briga Novarese e a Borgomanero l’edizione 2018 della Route dei giovani della diocesi di Novara. L’incontro è pensato per giovani dai 16 ai 30 anni ed è stato l’occasione per approfondire la tematica vocazionale e delle scelte di vita, in vista del Sinodo dei vescovi del prossimo ottobre sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, proseguendo il lavoro avviato con la scorsa edizione. tema della giornata “Per chi sono io?” Il raccono in immagini, con gli scatti di Emanuele Sandon, Gianni Cometti e Sara Sturmhoevel.

Route dei giovani 2018 da Briga a Borgomanero

«La ginnastica del desiderio»: il testo integrale dell’intervento alla GMG diocesana

On line il testo integrale dell’intervo di mons. Franco Giulio Brambilla alla Veglia delle Palme 2018 di Varallo. «Nella Chiesa di oggi, in vista del Sinodo sui giovani, stiamo impegnando tante energie – e stiamo spendendo tante parole – per accompagnare nelle scelte importanti voi giovani – ha detto il vescovo ai ragazzi -. Ma non dimentichiamo la cosa essenziale: il sacrario interiore dove pulsa il nostro desiderio, è Dio a riempirlo!!! È lui che indica la strada. È uno spazio tutto nostro, che nessuno – neanche la persona amata – conosce veramente. È solo il Signore che lo vede e lo conosce. Non possiamo avere paura di questo. E io sono convinto che i miei giovani, i giovani della diocesi di Novara non possano avere paura… di coltivare un desiderio grande, di provare sempre da capo la ginnastica del desiderio e di lasciare che sia Dio a riempire il nostro desiderio!».

Un servizio sulla Veglia sull’edizione on line del nostro sesttimanale e sul numero in edicola il 30 marzo.


IL TESTO INTEGRALE DELL’INTERVENTO A QUESTO LINK

Intervento alla Veglia delle Palme di Varallo XXXIII Giornata mondiale della gioventù
24-03-2018

LA GINNASTICA DEL DESIDERIO

Vi racconto una storia. È la storia di un giovane come voi, nato non lontano da qui, a Valduggia. Correva l’anno 1475, alcune fonti riportano il 1480. In una città vicina, proprio qui a Varallo, il giovane ha incontrato una comunità di frati, guidata da una grande personalità, il beato Bernardino Caimi: una personalità intrigante, animata dalla spiritualità francescana, che aveva creato un ambiente favorevole per l’arte e per lo spirito.

In mezzo a questo gruppo di persone Gaudenzio rivela il suo talento per l’arte e quando, nel 1493 viene donato il terreno prima per la costruzione della Chiesa della Madonna delle Grazie e poi per il Sacro Monte – la Nova Jeurusalem –, egli è presente tra i protagonisti della realizzazione del progetto. Mette sul piatto il suo talento e rivela le sue doti di pittore e artista precoce.

Agli inizi del nuovo secolo, il 1500, Gaudenzio ha tra i 20 e i 25 anni e decide di mettersi in viaggio. Raggiunge Milano e incontra l’opera dei grandi del suo tempo: Leonardo, Raffaello, Michelangelo. Lui, giovane che arrivava da una valle lontana, da una terra di periferia, non è intimidito dal confronto con queste grandi figure, anzi impara da esse. E nel 1513, dopo già molte prove che ne rivelavano l’ingegno, è pronto per realizzare la sua prima grande opera, la Parete gaudenziana, quasi un libretto d’opera di quello che farà al Sacro Monte. Pochi anni dopo, nel 1520 realizza il suo capolavoro, la cappella XXXVIII, quella della Crocifissione. Essa è stata la protagonista del nostro percorso quaresimale in diocesi quest’anno, con un’immagine digitalizzata in 14 miliardi di pixel ed esposta in centro a Novara, per il Progetto Passio 2018.

E poi… sceglie di non fermarsi, ma di partire per una grande avventura: lavora a Vercelli, Novara, Milano, Saronno, Morbegno. Diventa famoso, magari non come i grandi dai quali aveva imparato, ma, sapete, in un tempo di grandi uomini, non c’è invidia, e ne nascono di ancora più grandi. In un tempo depresso, di piccoli uomini, non nasce nessun talento, e quei pochi che ci sono, restano come intimoriti nel mostrare le proprie doti.

Perché vi ho raccontato questa storia? Mi capita spesso – mi è successo anche durante la mia visita pastorale qui in Valsesia – che quando incontro degli studenti, mi facciano tante domande. Rispondo per quanto posso, ma alla fine ne faccio sempre una anch’io. E la voglio fare anche a voi questa sera, per spiegarvi perché vi ho raccontato di Gaudenzio: Come vedete il vostro futuro? Ne avete paura? Le risposte, spesso, sono intrise di pessimismo: «Come vuole che vediamo il nostro domani, eccellenza? Non sappiamo se troveremo un lavoro, non sappiamo se avremo una casa nostra, se riusciremo a costruirci una famiglia».

E allora io vi dico: impariamo da Gaudenzio. Ma impariamo anche dai tanti artigiani che proprio questa valle ha generato nei secoli e che hanno fatto belle, con il loro mestiere, la loro sapienza e il loro impegno, le grandi corti d’Europa: da San Pietroburgo a Vienna. Se non avrete paura, se saprete avere coraggio – proprio come Gaudenzio –, anche per voi c’è speranza, anche per voi c’è futuro.

 

Vedete, quando sono stanco o qualcosa mi preoccupa, mi metto a leggere. E mi è capitato di rileggere il commento di Sant’Agostino alla Prima lettera di Giovanni. Credo fosse lo scorso novembre: quando l’ho letto, ho pensato: «questo lo voglio raccontare ai miei giovani, quando li incontrerò alla Veglia delle Palme». Il testo riprende da vicino il logo di questa serata: “Non temere”. Ve lo racconto leggendovi tre passi (Dai «Trattati sulla prima lettera di Giovanni» di sant’Agostino, vescovo, Tratt. 4, 6; PL 35, 2008-2009):

1 – Anzitutto, Agostino ci suggerisce: non temete di coltivare un desiderio grande.

L’intera vita del fervente cristiano è un santo desiderio. Ciò che poi desideri, ancora non lo vedi, ma vivendo di sante aspirazioni ti rendi capace di essere riempito quando arriverà il tempo della visione. Se tu devi riempire un recipiente e sai che sarà molto abbondante quanto ti verrà dato, cerchi di aumentare la capacità del sacco, dell’otre o di qualsiasi altro contenitore adottato. Ampliandolo lo rendi più capace. Allo stesso modo si comporta Dio. Facendoci attendere, intensifica il nostro desiderio, col desiderio dilata l’animo e, dilatandolo, lo rende più capace.

Attenzione, questo ve l’ho già detto tante volte: il desiderio è diverso dal bisogno. Al bisogno si risponde, il bisogno si riempie e si può placare. Ma il desiderio è qualcosa che ci spinge, ci mette in moto, è inesauribile. Il desiderio è più contento di ciò che manca che di ciò che ottiene, perché così ci tiene svegli, liberi, in cammino, ci fa puntare in alto.

2 – In secondo luogo, Agostino dice: non temete di coltivare la ginnastica del desiderio.

La nostra vita è una ginnastica del desiderio. Il santo desiderio sarà tanto più efficace quanto più strapperemo le radici della vanità ai nostri desideri. Già abbiamo detto altre volte che per essere riempiti bisogna prima svuotarsi. Tu devi essere riempito dal bene, e quindi devi liberarti dal male. Supponi che Dio voglia riempirti di miele. Se sei pieno di aceto, dove metterai il miele? Bisogna liberare il vaso da quello che conteneva, anzi occorre pulirlo. Bisogna pulirlo magari con fatica e impegno, se occorre, perché sia idoneo a ricevere qualche cosa. Quando diciamo miele, oro, vino, ecc., non facciamo che riferirci a quell’unica realtà che vogliamo enunziare, ma che è indefinibile.

Era il mio slogan appena arrivato a Novara, oggi ve lo voglio ripetere: siate tonici! Non siate spenti, non lasciatevi andare. Siate attivi, propositivi. Lasciatevi ispirare dalle ballerine che questa sera ci hanno tenuto con il fiato sospeso: la ginnastica del desiderio, come hanno fatto loro, disegna figure, intreccia espressioni, crea senso. Ma attenzione, però. Un motto dice “Ogni lasciata è persa”. Non è vero. Il rischio è quello di voler provare tutto. Ma è come non scegliere niente. È come guidare in una rotonda a cinque uscite senza mai imboccare una strada. È come fare zapping senza mai fermarsi, senza vedere fino in fondo una storia. Così facendo non si entrerà mai in una storia, non si costruirà mai un pezzo del percorso. La ginnastica del desiderio richiede che si elimini la vanità del desiderio. Agostino dice che è come riempire con il miele un contenitore dove prima c’era aceto. Prima devo vuotarlo dall’aceto, liberarmi di ciò che non è buono. E spesso non basta: è necessario lavare e pulire questo contenitore, perché faccia spazio a ciò che è buono.

3 – E, infine, Agostino ci dice: non temete che sia Dio a riempire il vostro desiderio!

Questa realtà si chiama Dio. E quando diciamo Dio, che cosa vogliamo esprimere? Queste due sillabe sono tutto ciò che aspettiamo. Perciò qualunque cosa siamo stati capaci di spiegare è al di sotto della realtà. Protendiamoci verso di lui perché ci riempia quando verrà. «Noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3, 2).

E così arriviamo al terzo momento, al quale ci porta proprio il duplice atteggiamento di non temere di coltivare un desiderio grande e di praticare la giusta ginnastica per far crescere questo desiderio. È il terzo aspetto del quale non dobbiamo avere paura. Non dobbiamo avere paura che questo desiderio, questo spazio vuoto, sia proprio Dio a riempirlo.

Nella Chiesa di oggi, in vista del Sinodo sui giovani, stiamo impegnando tante energie – e stiamo spendendo tante parole – per accompagnare nelle scelte importanti voi giovani. Ma non dimentichiamo la cosa essenziale: il sacrario interiore, dove pulsa il nostro desiderio, è Dio a riempirlo!!! È lui che indica la strada. È uno spazio tutto nostro, che nessuno – neanche la persona amata – conosce veramente. È solo il Signore che lo vede e lo conosce. Non possiamo avere paura di questo. E io sono convinto che i miei giovani, i giovani della diocesi di Novara non possano avere paura… di coltivare un desiderio grande, di provare sempre da capo la ginnastica del desiderio e di lasciare che sia Dio a riempire il nostro desiderio!

+ Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara

Non Temere: la presentazione della Veglia delle Palme 2018

Sabato 24 marzo si terrà a Varallo la Veglia delle Palme 2018, occasione per vivere in diocesi la XXXIII Giornata Mondiale della Gioventù. L’appuntamento – che sarà guidato dal vescovo Franco Giulio Brambilla – è la seconda tappa del percorso triennale che accompagna i giovani di tutto il mondo verso l’incontro internazionale con Papa Francesco che si terrà nel 2019 a Panama.


A questo link, tutto il materiale, le informazioni, le mappe e le indicazioni sui parcheggi


Un percorso che proprio Papa Francesco ha voluto dedicare a Maria e che il prossimo 24 marzo sarà nel segno del brano del Vangelo di Luca «Non temere Maria, perché hai trovato grazia presso Dio».

«La Veglia di quest’anno – spiega don Marco Masoni, direttore dell’Ufficio diocesano per la Pastorale giovanile -, avrà un significato particolare, perché cade nell’anno che la nostra Chiesa diocesana e la Chiesa universale dedicano all’ascolto e al confronto con i giovani e che si concluderà a Roma con il Sinodo dei Vescovi convocato dal Santo Padre, sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Quest’anno, inoltre, in concomitanza con la Veglia sarà celebrata anche la Giornata dei Missionari Martiri, che saranno ricordati come esempi di laici, religiose e sacerdoti che hanno saputo “non temere” nel scegliere di dare la propria vita per gli altri e per il Vangelo».

Sarà anche modo per vivere un appuntamento diocesano in Valsesia, «dove proprio quest’anno il nostro vescovo è impegnato nella Visita Pastorale – aggiunge don Masoni -. Ringraziamo Varallo per l’accoglienza che ci riserverà: la parrocchia, l’amministrazione comunale e le associazioni che ci hanno aiutato nell’organizzazione».