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Appuntamenti e news che riguardano il vescovo di Novara, mons. Franco Giulio Brambilla

Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo?

«Questa è la grande tentazione: immaginare che la vita si possa sistemare con un tocco di bacchetta magica, e c’è chi anche oggi ci incanta con queste promesse». Lo ha detto il vescovo Franco Giulio Brambilla ai giovani riuniti sulle sponde del Lago d’Orta – alla spiaggia di Lagna di San Maurizio d’Opaglio – lo scorso 1° giugno per la Route 2019, durante l’omelia che ha concluso la giornata dedicata al tema #EccoCI e alla riflessione su testimonianza e comunità.


Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo?
Omelia della Messa alla Route dei Giovani
01-06-2019
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Il vescovo ha accompagnato i ragazzi a riflettere su un tema che spesso ha riproposto ad adolescenti e giovani: la ricerca di una propria strada nella tensione tra il trovare le risposte nella propria vita e il rischio di immobilismo nell’attesa di quelle giuste.

Abitare questo limite, abitare la ferita tra la tensione a qualcosa di alto e lo stato di ricerca è la via indicata dal vescovo. Senxa timori, e consapevoli di non essere soli: «Dovremmo poter dire sempre “EccoCi!”. Ciò dimostra che nella mia disponibilità ci sarà sempre uno accanto a me che mi stringe la mano per camminare insieme».

Di seguito il testo integrale dell’omelia.


Uomini di galilea, perché state a guardare verso il cielo?

Omelia della Messa alla Route dei Giovani

Introduzione

Doveva essere proprio così, all’inizio, intorno all’anno 30, quando Gesù incontrò i primi discepoli sulla riva del Lago di Galilea. Quel lago è due volte il lago che abbiamo di fronte, le cui misure dicono che il punto più profondo è di 143 metri, con una media di 70,9 m, mentre il lago di Galilea ha una profondità massima di 43 m, essendo un lago che subisce una forte evaporazione, perché si trova in una zona depressa.

È un lago simile a questo, ma certo Gesù non aveva schierati davanti a sé i giovani che tra voi partiranno per la missione! I suoi erano confusi tra la folla. A un certo punto Gesù dice: “Io vado a pescare!” (cfr. Mt 4,19; Mc 1,17Lc 5,4.10) Questa espressione è la stessa che Pietro ripete, sempre sul lago di Galilea, dopo la resurrezione (Gv 21,3a). Il Vangelo di Giovanni aggiunge che “in quella notte non presero nulla” (Gv 21,3b). Così si sperimenta una sproporzione, uno scarto, una distanza, un’ascesa, una salita tipica della vostra età.

Una psicanalista, Julia Kristeva, di origine bulgara, che vive e opera in Francia, e che fin da giovane ha studiato questi grandi fenomeni, ripresi nel suo libro dal titolo Bisogno di credere. Un punto di vista laico, Roma, Donzelli, 2006, afferma che noi coltiviamo dentro un incredibile bisogno di credere – usa proprio questa espressione! L’età nella quale questo bisogno è massimamente concentrato è l’adolescenza, la prima giovinezza. È il periodo nel quale uno deve credere al suo ideale e deve misurarlo poi col suo reale vissuto, che gli verrà incontro giorno per giorno. L’ideale è ciò che vediamo allo specchio, ciò che mettiamo sul profilo di Facebook e che cambiamo ogni giorno, perché la vetrina sia sempre rinnovata, mentre poi c’è il reale, ciò che realmente siamo e viviamo. Questo scarto tuttavia non è una condanna, ma è una sproporzione importante per l’adolescente-giovane. Al contrario noi adulti tendiamo ad accorciare questo scarto, questa ascensione, questo sguardo in alto. Se uno lo vive in modo drammatico come una lacerazione, una separazione, tra un “io”, quasi hollywoodiano, e poi il sé reale, che è diverso, depresso… allora si comprendono molte tensioni adolescenziali.

Ho voluto introdurmi con queste espressioni perché credo che in quell’inizio del Vangelo, che ho citato prima, anche per Gesù sia stata una situazione simile. Certo i discepoli non avevano il nostro modo di vedere la vita e attendevano piuttosto un Messia nella Palestina di quei tempi, che non era messa meglio di oggi, occupata allora dai Romani. Attendevano un Messia che venisse con braccio forte e disteso, e sistemasse tutte le cose quasi con un tocco di bacchetta magica! Questa è la grande tentazione: immaginare che la vita si possa sistemare con un tocco di bacchetta magica, e c’è chi anche oggi ci incanta con queste promesse.

Invece le cose belle stanno dentro questo scarto, che se talvolta diventa una ferita, una ferita aperta e guardata come una scommessa, ci fa decidere di partire! Con i ragazzi vestiti delle maglie azzurre, con cui ho fatto volentieri la foto, ci diamo questo appuntamento: tornate a casa con la vostra maglietta azzurra logora, consunta – anche come prova che siete stati in Africa o in America Latina! – però ritornate a casa per raccontare quello che avete visto e vissuto. Non saranno cose strane, cose difficili, però vedrete come laggiù la vita vi mette in sesto, come il reale diventa così forte e potente da essere lì nella sua bellezza. Vi metterà in ordine anche le paturnie che ci fanno soffrire magari durante l’anno! E questo sarà l’effetto collaterale previsto…

Per tutti noi, che invece rimaniamo, possiamo vivere la stessa cosa anche stando a casa. Partiremo idealmente da questa sponda, come dal mare di Galilea, da una riva proprio uguale a questa …

E dentro questo scarto, questa apertura, questa ferita, oggi cosa portiamo? Ci facciamo guidare brevemente da una frase, tratta dagli Atti degli Apostoli:

“Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo?” (At 1,11)

La domanda di questi uomini in bianche vesti è provocatoria, perché essi ci dicono di non guardare in alto, per non perdere l’aderenza dei piedi alla terra. Questo è il vero significato dell’espressione! E, l’aderenza dei piedi alla terra, quale significato ha? Ci viene detto al versetto 7 dello stesso primo capitolo degli Atti:

1. «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere» (At 1,7). Dunque la prima cosa che vi dico è: non spetta a noi conoscere i tempi, i momenti! Significa che non spetta a noi tenere in mano il tempo, dominarlo, mettere tutto sul calendario, senza lasciare uno spazio libero, soprattutto quello del cuore. Vedrete che la prima cosa drammatica, e ugualmente bellissima, in Africa o in America Latina è la seguente: non c’è più il tempo, o meglio il tempo è un’altra cosa. Quando ci diranno: “Ci vediamo verso il calar del sole o il sorgere del sole!” Vi chiederete: quand’è di preciso? Non sappiamo! Là si vive un’altra dimensione del tempo, già a livello umano, perché non è il tempo da rincorrere, ma il tempo che è per noi. Quest’aspetto tuttavia, che è solo il lato esterno, ne custodisce uno più profondo. Il tempo è il luogo dove noi facciamo le esperienze più belle: se noi vogliamo prevedere tutto, niente di buono bussa alla nostra porta, niente di bello può sorprenderci, cioè può prenderci-come-da-sopra. Dunque alla domanda «perché state a guardare il cielo?», la risposta è che non spetta a noi conoscere i tempi e i momenti! È una cosa che vale per tutti noi, anche per noi che rimarremo a casa. Vi invito a vivere un anno in questo modo, un anno nel quale ci concediamo almeno mezza giornata in una settimana, per assaporare la vita come ci viene incontro, non come la vogliamo dominare noi. Bisognerebbe proprio sbarrarla sulla nostra agenda. Magari ci capita qualcosa di imprevedibile, che sta lì a bussare alla nostra porta!

2. «Ma riceverete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi» (At 1,8). Il tempo opportuno non è un tempo vuoto, un tempo da ammazzare, ma è un tempo che ci fa sentire una mancanza, è lo spazio nel quale si riceve una forza che scende dall’alto. Se vi raccontassi la mia esperienza, le cose più belle della mia vita sono accadute così, le ho ricevute così. Noi abbiamo bisogno di credere che in questo scarto, in questo attraversamento, non siamo noi da soli! Non è facile perché, se uno si guarda, sembra che debba fare i conti solo con se stesso, in una solitudine estrema, ma questa non è una cosa bella.

Provo con una domanda: “Noi avremmo tre persone di cui poterci fidare ciecamente?” Nella mia esperienza io le ho trovate, conquistate con fatica…  Queste persone sono un po’ la forza dello Spirito che vi sta accanto, sono un segno nella storia della promessa: “Ricevete forza dello Spirito dall’alto”. A volte la vita è stata dura, però non mi ha mai abbandonato. Ho imparato per esempio la “regola delle tre notti!” Quando mi è accaduto di vivere un fatto molto difficile, ho appreso che non ci si deve mai agitare subito, ma è saggio dormirci su tre notti! Poi comincia a cambiare il modo di percepirlo, magari resta come è, tale e quale, però cambia lo sguardo, cambia la tua disponibilità, cambiano le tue cose, perché la regola è che dopo la pioggia o la tempesta torna sempre il sereno…

Queste stagioni dell’anima, rappresentate dalla tempesta e dal sereno, sono difficili da gestire dentro le nostre emozioni. Sono tutti frammenti di quello Spirito che viene dall’alto e che si rendono presenti nelle persone, negli amici, negli educatori, nei referenti… e che si rendono presenti anche negli eventi, negli incontri. È anche il recupero della dimensione del “noi” – la dimensione di quell’ “EccoCi” che è il tema di oggi. Dovremmo poter dire sempre “EccoCi!”. Ciò dimostra che nella mia disponibilità ci sarà sempre uno accanto a me che mi stringe la mano per camminare insieme. Come ho detto in altre occasioni, il motivo vero per cui Gesù li manda a due a due (cfr Mc 6,7 e Lc 10,1) è richiamato dal libro del Qoèlet, il quale dice che “è meglio essere in due che uno solo, perché se uno cade, l’altro lo sostiene” (Qo 4,9). È una sorta di proverbio dell’Antico Testamento, molto semplice, che però ha dentro una sapienza e una bellezza infinita. Ecco il senso di questo “EccoCi”! È anche il senso della Chiesa, che non è una sovrastruttura, ma è il legame senza il quale noi moriremmo. Se noi restassimo soli, moriremmo!

Lo diciamo anche di fronte ai fatti di cui abbiamo sentito parlare in questi giorni: non sappiamo cosa si è annidato nel cuore e nella mente di quei due giovani e non possiamo valutare questa follia, ma è significativo che non ci sia stato intorno nessuno che li aiutasse a portare avanti una difficile situazione ed è accaduta la tragedia per il piccolo Leonardo!

  1. “…e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1,8).

Stamani si è parlato dei santi Giulio e Giuliano, partiti da Ègina. Questo tempo, questo spazio, che noi non dobbiamo dominare e per il quale riceviamo una forza dall’alto è – dice san Luca – il tempo dalla testimonianza! San Luca è il primo che genialmente interpreta l’assenza di Gesù – dall’ascensione Gesù non è più presente col suo corpo in mezzo a noi – non come un tempo vuoto, ma come il tempo della testimonianza.

Cosa significa “testimonianza”? Vuol dire che io sono capace di indicare a te la presenza di un altro. Indicarlo a te con il tuo linguaggio, ma attraverso la mia vita: ti dico che io ho avuto un “incontro” importante, talmente decisivo che me lo fa attestare a te! Il testimone è come attratto da due poli contrapposti: da un lato, verso il destinatario, dall’altro, verso chi lo manda…

Ricordate, cari giovani che partite (ma anche voi che restate), di non vivere con l’intento di essere solo bravi: date agli altri quel che potete, date e ricevete da loro quel che possono darvi. È uno scambio simbolico tra voi e loro. Porterete voi e le vostre cose, ma loro vi daranno le loro esperienze: il senso della comunità, dell’appartenenza, del tempo, cose che noi ormai abbiamo dimenticato. Noi dobbiamo essere testimoni di tutto questo.

Possiamo anche noi prendere la nostra barca e la nostra barca può arrivare anche semplicemente solo all’Isola San Giulio… Ho già ricordato stamani il funerale della Madre Badessa, Anna Maria Cànopi, che ha abitato in quel luogo ben quarantacinque anni. Una domenica di un anno fa, era il 26 giugno dello scorso anno, al mio gruppo famiglie la Madre ha dato una risposta bellissima. In particolare, a chi le aveva chiesto qual era il senso della loro vita, la Madre, rispondendo, usò questa immagine: “Noi siamo come una centrale idroelettrica” – una volta si diceva che il monastero era come il parafulmine, usando un’immagine un po’ difensiva –. L’immagine utilizzata richiama il fatto che una centrale idroelettrica trasforma l’energia cinetica dell’acqua, o un’energia di altro tipo, per trasmetterla verso l’esterno come energia elettrica. E, come se l’energia continuamente ricevuta dall’alto coi doni dello Spirito, venga continuamente trasformata, nella preghiera, nell’ascolto e nella vita comune del monastero, e rilasciata come corrente di vita nello Spirito che alimenta la nostra povera esistenza quotidiana. In effetti tutte le volte che passo di qui mi interrogo e chiedo anche agli adulti e alle autorità di provare ad immaginare questa situazione: se per quarantacinque anni sull’Isola San Giulio non ci fossero state queste monache, cosa ne sarebbe stato di questo luogo!? Dal giorno della morte della Madre al giorno del funerale sono passate a salutarla circa ventimila persone. Questo è il segno: la “centrale idroelettrica” che trasforma energia! Questo è il testimone: è chi accoglie talmente tanta energia che viene dall’alto, e la trasforma e trasmette naturalmente… a chi lo incontra, perché gli trasmette che l’incontro con Gesù è stato e continua ad essere decisivo per lui. Un incontro contagioso!

Questo è il mio augurio: accompagniamo con la preghiera questi nostri amici che partono, con un po’ di santa nostalgia, ma desidero che stasera tutti voi, quando andrete a casa, possiate dire: “Abbiamo trascorso e vissuto una bella giornata!” Ripeto. Che possiate dire: “è stato un bel giorno di festa!”.

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara

 

Il vescovo ai giovani: «Cristo risorto, speranza viva… per noi»

L’incontro con Cristo come fonte di una speranza «viva», che trova il suo senso e la sua completezza solo quando non è vissuta in una dimensione personale e intimistica, ma quando diventa generativa: cresce nella relazione con gli altri e con il Signore, nella preghiera.

E’ il cuore del messaggio che il vescovo Franco Giulio Brammbilla ha voluto affidare ai giovani della diocesi di Novara, radunati a Boca per la Veglia delle Palme 2019, appuntamento per vivere la Giornata mondiale della gioventù in diocesi. Lo ha fatto nel suo intervento durante la celebrazione e consegnando loro uno scritto al termine dell’incontro e rivolgendosi direttamente a loro nel suo intervento durante la Veglia, nel quale il vescovo ha proposto l’immagine esplicativa del Quadrato della Speranza.


L’intervento del vescovo durante la celebrazione

Il Quadrato della Speranza
Intervento alla Veglia delle Palme 2019
13-04-2019
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Il messaggio del vescovo consegnato al termine della celebrazione

Cristo risorto, speranza viva… per noi
Messaggio ai giovani della diocesi per la Veglia delle Palme 2019
13-04-2019
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E nella tappa conclusiva del triennio che Papa Francesco ha voluto dedicare a Maria, è proprio la giovane di Nazareth che mons. Brambilla chiede di guardare: «Ragazzi, questa non è una strada semplice: non vi metterà al riparo da fatiche e delusioni. Anche per Maria non è stato così. Ma è la strada per la felicità, che guarda al bello e al vero della vita. E che si fonda sull’affidarsi a Dio: sul lasciarsi sostenere dallo sperare in una persona viva e concreta, che rende tutto più leggero».

Di seguito i due testi integrali del messaggio rivolto ai giovani del vescovo Franco Giulio.

Il Quadrato della Speranza

 

La parola “speranza” non è originale della lingua cristiana, appartiene al linguaggio umano di ogni tempo. In particolare, appartiene alla stagione della giovinezza, perché in quell’età si ha più futuro davanti che passato alle spalle. Ma oggi sembra essere afflitta da diverse patologie. Nel tempo della società gassosa che ci spinge a cercare risposte e gratifiche nell’immediato, l’attesa del futuro esige di correggere le malattie della speranza e di mettere in luce i germogli positivi presenti nelle esperienze della vita attuale.
Come fare per essere testimoni di speranza tutti i giorni? Per rispondere a questa domanda, vorrei proporvi una riflessione in quattro passi, che sono come i quattro lati di un quadrato. Il quadrato della speranza!


“Io spero…”
Il primo passo della speranza è quello più semplice e proprio per questo è quello cui si pensa meno. Tutti voi, quando vi svegliate e vi alzate dal letto compite questo atto: “io spero…” ed entrate con fiducia nella giornata che vi sta davanti. È l’atteggiamento che ci permette di affrontare gli impegni, il lavoro, lo studio, gli incontri, le fatiche che ci attendono.

“Io spero che…”
Quando poi mettete a fuoco la vostra agenda quotidiana, dal semplice “io spero…”, si passa allo “io spero che…”: spero che la verifica vada bene, spero di riuscire a terminare il lavoro che ho iniziato, spero di avere il tempo per incontrare quel mio amico. E’ la forma pratica dello sperare: è quello che muove all’azione. Tutti gli “io spero che…” sono i sogni delle cose belle e buone che vorreste fare, incontrare e ricevere durante il giorno.

“Io spero in te…”
Poi c’è un terzo passo. È forse quello meno immediato, ma è proprio quello che qualifica il nostro vivere quotidiano. È la tensione tra l’“io spero…” e l’“io spero che…”. È un orizzonte che si allarga, che non si ferma all’oggi e al qui, ma interroga l’intera nostra vita. È lo slancio che anima il nostro quotidiano, che lo abita, ma che ce lo fa anche superare. Senza ritrovare questo slancio della speranza dentro le esperienze della vita, soprattutto negli ambienti dello studio e del lavoro, del divertimento e dello sport, dell’amicizia e del volontariato, non sarà possibile un annuncio della speranza viva del Risorto.

“Io spero in te… per noi”
Ma adesso vi chiedo di fare con me un ultimo passo. Perché, vedete, lo slancio della speranza viva nasce da voi stessi, ma non si ferma lì: è per tutti, per tutti noi. L’espressione di Gabriel Marcel: “io spero in te per noi” racconta proprio di questo, mettendo in luce due aspetti.
Anzitutto, il legame interpersonale (per noi) della speranza. Non si può sperare da soli, mentre si può essere disperati restando soli. Oggi sempre più spesso la speranza è confinata nello spazio intimo di una speranza individualistica o nell’ambito ideologico di un progressismo sociale, senza che si riesca a vedere il legame che unisce le speranze della persona e le attese della società. Il bene che io cerco, che io spero, è davvero per me solo se è bene anche per gli altri.
Il secondo aspetto dello sperare “per noi”, è che esso diventa preghiera, diventa invocazione. Alla fine, la speranza ha la sua forma umana compiuta quando diventa preghiera che invoca la presenza del Dio della vita e del Signore della storia. La figura cristiana della speranza conduce così a fissare lo sguardo sul Signore. Egli è la speranza viva, sorgente della testimonianza nel mondo.
L’offuscamento della sostanza viva della fede cristiana, che ha il centro nel Crocifisso risorto, paralizza le forme della comunicazione del Vangelo. Oggi si fa fatica ad essere testimoni del Vangelo perché perdiamo di vista il suo centro, il nucleo centrale che dà vita alla nostra speranza: Gesù è risorto!

Impariamo da Maria, che ci ha accompagnato in questi tre anni: il suo sì è stato un sì sicuro perché pieno di speranza. Quella speranza che è pronta a farsi sorprendere, a farsi mettere in gioco. Il suo non è stato un semplice “io spero che…”, ma un “io spero in te… per noi”. Ha lasciato che il Signore non rispondesse solo ai suoi desideri, ma che li superasse in un modo addirittura inimmaginabile.
Allora, come augurio per questa Pasqua, vi voglio dedicare le parole del filosofo della speranza (G. Marcel):

«Io spero in te per noi»… Bisogna dire che sperare, così come possiamo presentirlo, è vivere in speranza, al posto di concentrare la nostra attenzione ansiosa sui pochi spiccioli messi in fila davanti a noi, su cui febbrilmente, senza posa, facciamo e rifacciamo il conto, morsi dalla paura di trovarcene frustrati e sguarniti. Più noi ci renderemo tributari dell’avere, più diverremo preda della corrosiva ansietà che ne consegue, tanto più tenderemo a perdere, non dico solamente l’attitudine alla speranza, ma alla stessa fiducia, per quanto indistinta, della sua realtà possibile. Senza dubbio in questo senso è vero che solo degli esseri interamente liberi dalle pastoie del possesso sotto tutte le forme sono in grado di conoscere la divina leggerezza della vita in speranza.


Cristo risorto, speranza viva… per noi

«Io spero in te per noi»: così Gabriel Marcel, un filosofo francese, esprimeva in modo sintetico la prova a cui era sottoposta la speranza, nel momento terribile dell’ultima guerra mondiale. Anche oggi, in un tempo pieno di possibilità e di mezzi, la speranza è un bene di scarsa disponibilità, che si compra a caro prezzo. Sapete, cari ragazzi, quando incontro studenti della vostra età, chiedo spesso: cosa sperate per il vostro domani? La risposta è talvolta deprimente: cosa vuole, non riusciamo a vedere oltre il prossimo weekend…!

Ma cosa è la speranza cristiana? La speranza cristiana è una persona. Una persona che ha il volto del Crocifisso risorto, che potete incontrare e conoscere nella parola annunciata, nell’Eucaristia celebrata, nella comunità credente, nelle attese del mondo. È la forza propulsiva della Pasqua!

La speranza è il dono con cui la Chiesa si lascia di nuovo “generare” dal Signore. La Chiesa riceve sempre da capo il Vangelo della Pasqua, il dono dello Spirito e la ricchezza variegata dei suoi doni. E voi, cari ragazzi, siete chiamati ad essere i protagonisti di questa rigenerazione, perché siete la Chiesa di domani, siete il mondo di domani, siete coloro che aiutano a tenere “viva” la nostra speranza.

 

  1. «Egli ci ha generati a una speranza viva» (1Pt 1,3)

Vorrei, allora, porgere ad ognuno di voi questa domanda semplice: tu, adolescente e giovane, guardi  il tuo futuro con una speranza viva? Proviamo a vedere cosa significa lasciandoci ammaestrare dall’Apostolo Pietro che nella sua Prima Lettera utilizza proprio la metafora della “nuova generazione” per parlare dell’attesa umana e della speranza cristiana.

L’inno di benedizione con cui si apre la Prima lettera di Pietro è una lode a “Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo”. Pietro così continua: «nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva» (1Pt 1,3). La parola chiave della benedizione è la “speranza viva” alla quale siamo generati mediante la risurrezione di Gesù. L’Apostolo usa la metafora della “generazione” per affermare che il credente nasce di nuovo nella Pasqua di Gesù.

Proseguendo nella lettura della lettera, troviamo tre aspetti essenziali che Pietro mette in luce: la nuova generazione è rinascita pasquale nella risurrezione dai morti; ha il suo luogo sacramentale nel battesimo; trova il suo significato esistenziale nella vita mediante la fede. Al centro, dunque, stanno il Risorto e la sua azione che genera in noi una speranza vivente e attiva.

La speranza è precisata “come una eredità che non si corrompe, non si macchia, non marcisce” (1,4). La speranza cristiana è un’eredità promessa, è quasi una caparra di un bene più grande, che ha un anticipo nell’esperienza filiale e fraterna dei credenti. È descritta nei suoi tratti salienti così: è incorruttibile, perché è custodita nei cieli per noi (v. 4b); è incontaminata, perché accolta nella fede (v. 5a); è indistruttibile, perché non si può perdere, va al di là della morte, per raggiungere la pienezza stessa della vita di Dio (v. 5b). Questa è la “speranza viva” di cui parla l’Apostolo.

 

  1. Una speranza viva per noi

Dunque, cari ragazzi, la speranza viva è la stella polare che ci deve guidare nel cammino: il primo motivo del nostro convenire è quello di lasciarci sempre, di nuovo, generare e alimentare dalla speranza della risurrezione, così che essa diventi capace di interpretare e di realizzare le attese e le speranze degli uomini d’oggi, di mettere in contatto la ricerca di vita, di relazioni buone, di giustizia, di libertà e di pace, con la fonte stessa della speranza viva, Gesù risorto.

La parola “speranza” non è originale della lingua cristiana, appartiene al linguaggio umano di ogni tempo. In particolare, appartiene alla stagione della giovinezza, perché in quell’età si ha più futuro davanti che passato alle spalle. Ma oggi sembra essere afflitta da diverse patologie. Nel tempo della società gassosa che ci spinge a cercare risposte e gratifiche nell’immediato, l’attesa del futuro esige di correggere le malattie della speranza e di mettere in luce i germogli positivi presenti nelle esperienze della vita attuale.

Quindi, che cosa ci è richiesto per partecipare alla speranza viva di Cristo risorto che ci ha mostrato l’Apostolo Pietro? Come fare per esserne testimoni tutti i giorni? Nella ricerca delle risposte a queste domande, vorrei proporvi una riflessione in quattro passi.

 “Io spero…”

Il primo passo della speranza è quello più semplice e proprio per questo è quello cui si pensa meno. Tutti voi, quando vi svegliate e vi alzate dal letto compite questo atto: “io spero…” ed entrate con fiducia nella giornata che vi sta davanti. È l’atteggiamento che ci permette di affrontare gli impegni, il lavoro, lo studio, gli incontri, le fatiche che ci attendono.

“Io spero che…”

Quando poi mettete a fuoco la vostra agenda quotidiana, dal semplice “io spero…”, si passa allo “io spero che…”: spero che la verifica vada bene, spero di riuscire a terminare il lavoro che ho iniziato, spero di avere il tempo per incontrare quel mio amico. È la forma pratica dello sperare: è quello che muove all’azione. Tutti gli “io spero che…” sono i sogni delle cose belle e buone che vorreste fare, incontrare e ricevere durante il giorno.

“Io spero in te…”

Poi c’è un terzo passo. È forse quello meno immediato, ma è proprio quello che qualifica il nostro vivere quotidiano. È la tensione tra l’“io spero…” e l’“io spero che…”: “io spero in te…”. È un orizzonte che si allarga, che non si ferma all’oggi e al qui, ma interroga l’intera nostra vita. È lo slancio che anima il nostro quotidiano, che lo abita, ma che ce lo fa anche superare e che guarda al Signore.  Senza ritrovare questo slancio della speranza dentro le esperienze della vita, soprattutto negli ambienti dello studio e del lavoro, del divertimento e dello sport, dell’amicizia e del volontariato, non sarà possibile un annuncio della speranza viva del Risorto.

“Io spero in te… per noi”

Ma adesso vi chiedo di fare con me un ultimo passo. Perché, vedete, lo slancio della speranza viva nasce da voi stessi, ma non si ferma lì: è per tutti, per tutti noi. L’espressione del filosofo: “io spero in te per noi” racconta proprio di questo, mettendo in luce due aspetti.

Anzitutto, il legame interpersonale (per noi) della speranza. Non si può sperare da soli, mentre si può essere disperati restando soli. Oggi sempre più spesso la speranza è confinata nello spazio intimo di una speranza individualistica o nell’ambito ideologico di un progressismo sociale, senza che si riesca a vedere il legame che unisce le speranze della persona e le attese della società. Il bene che io cerco, che io spero, è davvero per me solo se è bene anche per gli altri.

Il secondo aspetto dello sperare “per noi”, è che esso diventa preghiera, diventa invocazione. Alla fine, la speranza ha la sua forma umana compiuta quando diventa preghiera che invoca la presenza del Dio della vita e del Signore della storia. La figura cristiana della speranza conduce così a fissare lo sguardo sul Signore. Egli è la speranza viva, sorgente della testimonianza nel mondo.

L’offuscamento della sostanza viva della fede cristiana, che ha il centro nel Crocifisso risorto, paralizza le forme della comunicazione del Vangelo. Oggi si fa fatica ad essere testimoni del Vangelo perché perdiamo di vista il suo centro, il nucleo centrale che dà vita alla nostra speranza: Gesù è risorto!

 

  1. Maria, la divina leggerezza della vita in speranza

Impariamo da Maria, che ci ha accompagnato in questi tre anni: il suo sì è stato un sì sicuro perché pieno di speranza. Quella speranza che è pronta a farsi sorprendere, a farsi mettere in gioco. Il suo non è stato un semplice “io spero che…”, ma un “io spero in te… per noi”. Ha lasciato che il Signore non rispondesse solo ai suoi desideri, ma che li superasse in un modo addirittura inimmaginabile.

Ragazzi, questa non è una strada semplice: non vi metterà al riparo da fatiche e delusioni. Anche per Maria non è stato così. Ma è la strada per la felicità, che guarda al bello e al vero della vita. E che si fonda sull’affidarsi a Dio: sul lasciarsi sostenere dallo sperare in una persona viva e concreta, che rende tutto più leggero.

Allora, come augurio per questa Pasqua, vi voglio dedicare le parole del filosofo della speranza:

«Io spero in te per noi»… Bisogna dire che sperare, così come possiamo presentirlo, è vivere in speranza, al posto di concentrare la nostra attenzione ansiosa sui pochi spiccioli messi in fila davanti a noi, su cui febbrilmente, senza posa, facciamo e rifacciamo il conto, morsi dalla paura di trovarcene frustrati e sguarniti. Più noi ci renderemo tributari dell’avere, più diverremo preda della corrosiva ansietà che ne consegue, tanto più tenderemo a perdere, non dico solamente l’attitudine alla speranza, ma alla stessa fiducia, per quanto indistinta, della sua realtà possibile. Senza dubbio in questo senso è vero che solo degli esseri interamente liberi dalle pastoie del possesso sotto tutte le forme sono in grado di conoscere la divina leggerezza della vita in speranza.

 

                                                                                                                  + Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara

Previsioni di pioggia: la Veglia delle Palme 2019 si trasferisce a Boca

Le previsioni meteo, che annunciano piogge intense per sabato 13 aprile, hanno costretto gli organizzatori a decidere di trasferire la Veglia delle Palme 2019, inizialmente in programma nella città di Omegna, al Santuario di Boca. L’appuntamento ora è a partire dalle 18, con la celebrazione presieduta da mons. Franco Giulio Brambilla che inizierà alle 20.45.

«Il programma cambia, ma non il cuore della proposta: un momento per i giovani della diocesi di preghiera e riflessione guidato dal vescovo  – dice don Marco Masoni, direttore dell’ufficio di pastorale giovanile -. Vorrei ribadire il nostro grazie alla città e alla parrocchia di Omegna per il lavoro in sinergia che abbiamo fatto in queste settimane. Un grazie che va soprattutto ai giovani dell’oratorio, che anche al Santuario, ci aiuteranno nell’organizzazione vestendo le “pettorine blu” e i volontari della Cittadella Del Gusto, che al termine offriranno un dolce a tutti i partecipanti».

IL NUOVO PROGRAMMA DELLA VEGLIE DELLE PALME 2019

Il programma prenderà il via alle 18 con la tavola rotonda – moderata dal giornalista di Radiocor Il Sole 24 Ore Andrea Fontana –  “Cercatori di felicità”, con ospiti il gesuita Emilio Zanetti e l’atleta paralimpico Daniele Cassioli.

A partire dalle 19 e sino alle 20.30 circa, spazio per le confessioni e l’Adorazione.

Dopo la cena al sacco, la Veglia si aprirà alle 20.45 con l’accoglienza dell’immagine della Madonna del Sangue di Re icona-simbolo del triennio di pastorale giovanile, portata dai ragazzi di Varallo, dove si era tenuta la Veglia 2018.

Route 2018, il racconto per immagini

Domenica 3 giugno si è tenuta a Briga Novarese e a Borgomanero l’edizione 2018 della Route dei giovani della diocesi di Novara. L’incontro è pensato per giovani dai 16 ai 30 anni ed è stato l’occasione per approfondire la tematica vocazionale e delle scelte di vita, in vista del Sinodo dei vescovi del prossimo ottobre sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, proseguendo il lavoro avviato con la scorsa edizione. tema della giornata “Per chi sono io?” Il raccono in immagini, con gli scatti di Emanuele Sandon, Gianni Cometti e Sara Sturmhoevel.

Route dei giovani 2018 da Briga a Borgomanero

«La ginnastica del desiderio»: il testo integrale dell’intervento alla GMG diocesana

On line il testo integrale dell’intervo di mons. Franco Giulio Brambilla alla Veglia delle Palme 2018 di Varallo. «Nella Chiesa di oggi, in vista del Sinodo sui giovani, stiamo impegnando tante energie – e stiamo spendendo tante parole – per accompagnare nelle scelte importanti voi giovani – ha detto il vescovo ai ragazzi -. Ma non dimentichiamo la cosa essenziale: il sacrario interiore dove pulsa il nostro desiderio, è Dio a riempirlo!!! È lui che indica la strada. È uno spazio tutto nostro, che nessuno – neanche la persona amata – conosce veramente. È solo il Signore che lo vede e lo conosce. Non possiamo avere paura di questo. E io sono convinto che i miei giovani, i giovani della diocesi di Novara non possano avere paura… di coltivare un desiderio grande, di provare sempre da capo la ginnastica del desiderio e di lasciare che sia Dio a riempire il nostro desiderio!».

Un servizio sulla Veglia sull’edizione on line del nostro sesttimanale e sul numero in edicola il 30 marzo.


IL TESTO INTEGRALE DELL’INTERVENTO A QUESTO LINK

Intervento alla Veglia delle Palme di Varallo XXXIII Giornata mondiale della gioventù
24-03-2018

LA GINNASTICA DEL DESIDERIO

Vi racconto una storia. È la storia di un giovane come voi, nato non lontano da qui, a Valduggia. Correva l’anno 1475, alcune fonti riportano il 1480. In una città vicina, proprio qui a Varallo, il giovane ha incontrato una comunità di frati, guidata da una grande personalità, il beato Bernardino Caimi: una personalità intrigante, animata dalla spiritualità francescana, che aveva creato un ambiente favorevole per l’arte e per lo spirito.

In mezzo a questo gruppo di persone Gaudenzio rivela il suo talento per l’arte e quando, nel 1493 viene donato il terreno prima per la costruzione della Chiesa della Madonna delle Grazie e poi per il Sacro Monte – la Nova Jeurusalem –, egli è presente tra i protagonisti della realizzazione del progetto. Mette sul piatto il suo talento e rivela le sue doti di pittore e artista precoce.

Agli inizi del nuovo secolo, il 1500, Gaudenzio ha tra i 20 e i 25 anni e decide di mettersi in viaggio. Raggiunge Milano e incontra l’opera dei grandi del suo tempo: Leonardo, Raffaello, Michelangelo. Lui, giovane che arrivava da una valle lontana, da una terra di periferia, non è intimidito dal confronto con queste grandi figure, anzi impara da esse. E nel 1513, dopo già molte prove che ne rivelavano l’ingegno, è pronto per realizzare la sua prima grande opera, la Parete gaudenziana, quasi un libretto d’opera di quello che farà al Sacro Monte. Pochi anni dopo, nel 1520 realizza il suo capolavoro, la cappella XXXVIII, quella della Crocifissione. Essa è stata la protagonista del nostro percorso quaresimale in diocesi quest’anno, con un’immagine digitalizzata in 14 miliardi di pixel ed esposta in centro a Novara, per il Progetto Passio 2018.

E poi… sceglie di non fermarsi, ma di partire per una grande avventura: lavora a Vercelli, Novara, Milano, Saronno, Morbegno. Diventa famoso, magari non come i grandi dai quali aveva imparato, ma, sapete, in un tempo di grandi uomini, non c’è invidia, e ne nascono di ancora più grandi. In un tempo depresso, di piccoli uomini, non nasce nessun talento, e quei pochi che ci sono, restano come intimoriti nel mostrare le proprie doti.

Perché vi ho raccontato questa storia? Mi capita spesso – mi è successo anche durante la mia visita pastorale qui in Valsesia – che quando incontro degli studenti, mi facciano tante domande. Rispondo per quanto posso, ma alla fine ne faccio sempre una anch’io. E la voglio fare anche a voi questa sera, per spiegarvi perché vi ho raccontato di Gaudenzio: Come vedete il vostro futuro? Ne avete paura? Le risposte, spesso, sono intrise di pessimismo: «Come vuole che vediamo il nostro domani, eccellenza? Non sappiamo se troveremo un lavoro, non sappiamo se avremo una casa nostra, se riusciremo a costruirci una famiglia».

E allora io vi dico: impariamo da Gaudenzio. Ma impariamo anche dai tanti artigiani che proprio questa valle ha generato nei secoli e che hanno fatto belle, con il loro mestiere, la loro sapienza e il loro impegno, le grandi corti d’Europa: da San Pietroburgo a Vienna. Se non avrete paura, se saprete avere coraggio – proprio come Gaudenzio –, anche per voi c’è speranza, anche per voi c’è futuro.

 

Vedete, quando sono stanco o qualcosa mi preoccupa, mi metto a leggere. E mi è capitato di rileggere il commento di Sant’Agostino alla Prima lettera di Giovanni. Credo fosse lo scorso novembre: quando l’ho letto, ho pensato: «questo lo voglio raccontare ai miei giovani, quando li incontrerò alla Veglia delle Palme». Il testo riprende da vicino il logo di questa serata: “Non temere”. Ve lo racconto leggendovi tre passi (Dai «Trattati sulla prima lettera di Giovanni» di sant’Agostino, vescovo, Tratt. 4, 6; PL 35, 2008-2009):

1 – Anzitutto, Agostino ci suggerisce: non temete di coltivare un desiderio grande.

L’intera vita del fervente cristiano è un santo desiderio. Ciò che poi desideri, ancora non lo vedi, ma vivendo di sante aspirazioni ti rendi capace di essere riempito quando arriverà il tempo della visione. Se tu devi riempire un recipiente e sai che sarà molto abbondante quanto ti verrà dato, cerchi di aumentare la capacità del sacco, dell’otre o di qualsiasi altro contenitore adottato. Ampliandolo lo rendi più capace. Allo stesso modo si comporta Dio. Facendoci attendere, intensifica il nostro desiderio, col desiderio dilata l’animo e, dilatandolo, lo rende più capace.

Attenzione, questo ve l’ho già detto tante volte: il desiderio è diverso dal bisogno. Al bisogno si risponde, il bisogno si riempie e si può placare. Ma il desiderio è qualcosa che ci spinge, ci mette in moto, è inesauribile. Il desiderio è più contento di ciò che manca che di ciò che ottiene, perché così ci tiene svegli, liberi, in cammino, ci fa puntare in alto.

2 – In secondo luogo, Agostino dice: non temete di coltivare la ginnastica del desiderio.

La nostra vita è una ginnastica del desiderio. Il santo desiderio sarà tanto più efficace quanto più strapperemo le radici della vanità ai nostri desideri. Già abbiamo detto altre volte che per essere riempiti bisogna prima svuotarsi. Tu devi essere riempito dal bene, e quindi devi liberarti dal male. Supponi che Dio voglia riempirti di miele. Se sei pieno di aceto, dove metterai il miele? Bisogna liberare il vaso da quello che conteneva, anzi occorre pulirlo. Bisogna pulirlo magari con fatica e impegno, se occorre, perché sia idoneo a ricevere qualche cosa. Quando diciamo miele, oro, vino, ecc., non facciamo che riferirci a quell’unica realtà che vogliamo enunziare, ma che è indefinibile.

Era il mio slogan appena arrivato a Novara, oggi ve lo voglio ripetere: siate tonici! Non siate spenti, non lasciatevi andare. Siate attivi, propositivi. Lasciatevi ispirare dalle ballerine che questa sera ci hanno tenuto con il fiato sospeso: la ginnastica del desiderio, come hanno fatto loro, disegna figure, intreccia espressioni, crea senso. Ma attenzione, però. Un motto dice “Ogni lasciata è persa”. Non è vero. Il rischio è quello di voler provare tutto. Ma è come non scegliere niente. È come guidare in una rotonda a cinque uscite senza mai imboccare una strada. È come fare zapping senza mai fermarsi, senza vedere fino in fondo una storia. Così facendo non si entrerà mai in una storia, non si costruirà mai un pezzo del percorso. La ginnastica del desiderio richiede che si elimini la vanità del desiderio. Agostino dice che è come riempire con il miele un contenitore dove prima c’era aceto. Prima devo vuotarlo dall’aceto, liberarmi di ciò che non è buono. E spesso non basta: è necessario lavare e pulire questo contenitore, perché faccia spazio a ciò che è buono.

3 – E, infine, Agostino ci dice: non temete che sia Dio a riempire il vostro desiderio!

Questa realtà si chiama Dio. E quando diciamo Dio, che cosa vogliamo esprimere? Queste due sillabe sono tutto ciò che aspettiamo. Perciò qualunque cosa siamo stati capaci di spiegare è al di sotto della realtà. Protendiamoci verso di lui perché ci riempia quando verrà. «Noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3, 2).

E così arriviamo al terzo momento, al quale ci porta proprio il duplice atteggiamento di non temere di coltivare un desiderio grande e di praticare la giusta ginnastica per far crescere questo desiderio. È il terzo aspetto del quale non dobbiamo avere paura. Non dobbiamo avere paura che questo desiderio, questo spazio vuoto, sia proprio Dio a riempirlo.

Nella Chiesa di oggi, in vista del Sinodo sui giovani, stiamo impegnando tante energie – e stiamo spendendo tante parole – per accompagnare nelle scelte importanti voi giovani. Ma non dimentichiamo la cosa essenziale: il sacrario interiore, dove pulsa il nostro desiderio, è Dio a riempirlo!!! È lui che indica la strada. È uno spazio tutto nostro, che nessuno – neanche la persona amata – conosce veramente. È solo il Signore che lo vede e lo conosce. Non possiamo avere paura di questo. E io sono convinto che i miei giovani, i giovani della diocesi di Novara non possano avere paura… di coltivare un desiderio grande, di provare sempre da capo la ginnastica del desiderio e di lasciare che sia Dio a riempire il nostro desiderio!

+ Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara