Author: andrea79

Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo?

«Questa è la grande tentazione: immaginare che la vita si possa sistemare con un tocco di bacchetta magica, e c’è chi anche oggi ci incanta con queste promesse». Lo ha detto il vescovo Franco Giulio Brambilla ai giovani riuniti sulle sponde del Lago d’Orta – alla spiaggia di Lagna di San Maurizio d’Opaglio – lo scorso 1° giugno per la Route 2019, durante l’omelia che ha concluso la giornata dedicata al tema #EccoCI e alla riflessione su testimonianza e comunità.


Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo?
Omelia della Messa alla Route dei Giovani
01-06-2019
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Il vescovo ha accompagnato i ragazzi a riflettere su un tema che spesso ha riproposto ad adolescenti e giovani: la ricerca di una propria strada nella tensione tra il trovare le risposte nella propria vita e il rischio di immobilismo nell’attesa di quelle giuste.

Abitare questo limite, abitare la ferita tra la tensione a qualcosa di alto e lo stato di ricerca è la via indicata dal vescovo. Senxa timori, e consapevoli di non essere soli: «Dovremmo poter dire sempre “EccoCi!”. Ciò dimostra che nella mia disponibilità ci sarà sempre uno accanto a me che mi stringe la mano per camminare insieme».

Di seguito il testo integrale dell’omelia.


Uomini di galilea, perché state a guardare verso il cielo?

Omelia della Messa alla Route dei Giovani

Introduzione

Doveva essere proprio così, all’inizio, intorno all’anno 30, quando Gesù incontrò i primi discepoli sulla riva del Lago di Galilea. Quel lago è due volte il lago che abbiamo di fronte, le cui misure dicono che il punto più profondo è di 143 metri, con una media di 70,9 m, mentre il lago di Galilea ha una profondità massima di 43 m, essendo un lago che subisce una forte evaporazione, perché si trova in una zona depressa.

È un lago simile a questo, ma certo Gesù non aveva schierati davanti a sé i giovani che tra voi partiranno per la missione! I suoi erano confusi tra la folla. A un certo punto Gesù dice: “Io vado a pescare!” (cfr. Mt 4,19; Mc 1,17Lc 5,4.10) Questa espressione è la stessa che Pietro ripete, sempre sul lago di Galilea, dopo la resurrezione (Gv 21,3a). Il Vangelo di Giovanni aggiunge che “in quella notte non presero nulla” (Gv 21,3b). Così si sperimenta una sproporzione, uno scarto, una distanza, un’ascesa, una salita tipica della vostra età.

Una psicanalista, Julia Kristeva, di origine bulgara, che vive e opera in Francia, e che fin da giovane ha studiato questi grandi fenomeni, ripresi nel suo libro dal titolo Bisogno di credere. Un punto di vista laico, Roma, Donzelli, 2006, afferma che noi coltiviamo dentro un incredibile bisogno di credere – usa proprio questa espressione! L’età nella quale questo bisogno è massimamente concentrato è l’adolescenza, la prima giovinezza. È il periodo nel quale uno deve credere al suo ideale e deve misurarlo poi col suo reale vissuto, che gli verrà incontro giorno per giorno. L’ideale è ciò che vediamo allo specchio, ciò che mettiamo sul profilo di Facebook e che cambiamo ogni giorno, perché la vetrina sia sempre rinnovata, mentre poi c’è il reale, ciò che realmente siamo e viviamo. Questo scarto tuttavia non è una condanna, ma è una sproporzione importante per l’adolescente-giovane. Al contrario noi adulti tendiamo ad accorciare questo scarto, questa ascensione, questo sguardo in alto. Se uno lo vive in modo drammatico come una lacerazione, una separazione, tra un “io”, quasi hollywoodiano, e poi il sé reale, che è diverso, depresso… allora si comprendono molte tensioni adolescenziali.

Ho voluto introdurmi con queste espressioni perché credo che in quell’inizio del Vangelo, che ho citato prima, anche per Gesù sia stata una situazione simile. Certo i discepoli non avevano il nostro modo di vedere la vita e attendevano piuttosto un Messia nella Palestina di quei tempi, che non era messa meglio di oggi, occupata allora dai Romani. Attendevano un Messia che venisse con braccio forte e disteso, e sistemasse tutte le cose quasi con un tocco di bacchetta magica! Questa è la grande tentazione: immaginare che la vita si possa sistemare con un tocco di bacchetta magica, e c’è chi anche oggi ci incanta con queste promesse.

Invece le cose belle stanno dentro questo scarto, che se talvolta diventa una ferita, una ferita aperta e guardata come una scommessa, ci fa decidere di partire! Con i ragazzi vestiti delle maglie azzurre, con cui ho fatto volentieri la foto, ci diamo questo appuntamento: tornate a casa con la vostra maglietta azzurra logora, consunta – anche come prova che siete stati in Africa o in America Latina! – però ritornate a casa per raccontare quello che avete visto e vissuto. Non saranno cose strane, cose difficili, però vedrete come laggiù la vita vi mette in sesto, come il reale diventa così forte e potente da essere lì nella sua bellezza. Vi metterà in ordine anche le paturnie che ci fanno soffrire magari durante l’anno! E questo sarà l’effetto collaterale previsto…

Per tutti noi, che invece rimaniamo, possiamo vivere la stessa cosa anche stando a casa. Partiremo idealmente da questa sponda, come dal mare di Galilea, da una riva proprio uguale a questa …

E dentro questo scarto, questa apertura, questa ferita, oggi cosa portiamo? Ci facciamo guidare brevemente da una frase, tratta dagli Atti degli Apostoli:

“Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo?” (At 1,11)

La domanda di questi uomini in bianche vesti è provocatoria, perché essi ci dicono di non guardare in alto, per non perdere l’aderenza dei piedi alla terra. Questo è il vero significato dell’espressione! E, l’aderenza dei piedi alla terra, quale significato ha? Ci viene detto al versetto 7 dello stesso primo capitolo degli Atti:

1. «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere» (At 1,7). Dunque la prima cosa che vi dico è: non spetta a noi conoscere i tempi, i momenti! Significa che non spetta a noi tenere in mano il tempo, dominarlo, mettere tutto sul calendario, senza lasciare uno spazio libero, soprattutto quello del cuore. Vedrete che la prima cosa drammatica, e ugualmente bellissima, in Africa o in America Latina è la seguente: non c’è più il tempo, o meglio il tempo è un’altra cosa. Quando ci diranno: “Ci vediamo verso il calar del sole o il sorgere del sole!” Vi chiederete: quand’è di preciso? Non sappiamo! Là si vive un’altra dimensione del tempo, già a livello umano, perché non è il tempo da rincorrere, ma il tempo che è per noi. Quest’aspetto tuttavia, che è solo il lato esterno, ne custodisce uno più profondo. Il tempo è il luogo dove noi facciamo le esperienze più belle: se noi vogliamo prevedere tutto, niente di buono bussa alla nostra porta, niente di bello può sorprenderci, cioè può prenderci-come-da-sopra. Dunque alla domanda «perché state a guardare il cielo?», la risposta è che non spetta a noi conoscere i tempi e i momenti! È una cosa che vale per tutti noi, anche per noi che rimarremo a casa. Vi invito a vivere un anno in questo modo, un anno nel quale ci concediamo almeno mezza giornata in una settimana, per assaporare la vita come ci viene incontro, non come la vogliamo dominare noi. Bisognerebbe proprio sbarrarla sulla nostra agenda. Magari ci capita qualcosa di imprevedibile, che sta lì a bussare alla nostra porta!

2. «Ma riceverete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi» (At 1,8). Il tempo opportuno non è un tempo vuoto, un tempo da ammazzare, ma è un tempo che ci fa sentire una mancanza, è lo spazio nel quale si riceve una forza che scende dall’alto. Se vi raccontassi la mia esperienza, le cose più belle della mia vita sono accadute così, le ho ricevute così. Noi abbiamo bisogno di credere che in questo scarto, in questo attraversamento, non siamo noi da soli! Non è facile perché, se uno si guarda, sembra che debba fare i conti solo con se stesso, in una solitudine estrema, ma questa non è una cosa bella.

Provo con una domanda: “Noi avremmo tre persone di cui poterci fidare ciecamente?” Nella mia esperienza io le ho trovate, conquistate con fatica…  Queste persone sono un po’ la forza dello Spirito che vi sta accanto, sono un segno nella storia della promessa: “Ricevete forza dello Spirito dall’alto”. A volte la vita è stata dura, però non mi ha mai abbandonato. Ho imparato per esempio la “regola delle tre notti!” Quando mi è accaduto di vivere un fatto molto difficile, ho appreso che non ci si deve mai agitare subito, ma è saggio dormirci su tre notti! Poi comincia a cambiare il modo di percepirlo, magari resta come è, tale e quale, però cambia lo sguardo, cambia la tua disponibilità, cambiano le tue cose, perché la regola è che dopo la pioggia o la tempesta torna sempre il sereno…

Queste stagioni dell’anima, rappresentate dalla tempesta e dal sereno, sono difficili da gestire dentro le nostre emozioni. Sono tutti frammenti di quello Spirito che viene dall’alto e che si rendono presenti nelle persone, negli amici, negli educatori, nei referenti… e che si rendono presenti anche negli eventi, negli incontri. È anche il recupero della dimensione del “noi” – la dimensione di quell’ “EccoCi” che è il tema di oggi. Dovremmo poter dire sempre “EccoCi!”. Ciò dimostra che nella mia disponibilità ci sarà sempre uno accanto a me che mi stringe la mano per camminare insieme. Come ho detto in altre occasioni, il motivo vero per cui Gesù li manda a due a due (cfr Mc 6,7 e Lc 10,1) è richiamato dal libro del Qoèlet, il quale dice che “è meglio essere in due che uno solo, perché se uno cade, l’altro lo sostiene” (Qo 4,9). È una sorta di proverbio dell’Antico Testamento, molto semplice, che però ha dentro una sapienza e una bellezza infinita. Ecco il senso di questo “EccoCi”! È anche il senso della Chiesa, che non è una sovrastruttura, ma è il legame senza il quale noi moriremmo. Se noi restassimo soli, moriremmo!

Lo diciamo anche di fronte ai fatti di cui abbiamo sentito parlare in questi giorni: non sappiamo cosa si è annidato nel cuore e nella mente di quei due giovani e non possiamo valutare questa follia, ma è significativo che non ci sia stato intorno nessuno che li aiutasse a portare avanti una difficile situazione ed è accaduta la tragedia per il piccolo Leonardo!

  1. “…e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1,8).

Stamani si è parlato dei santi Giulio e Giuliano, partiti da Ègina. Questo tempo, questo spazio, che noi non dobbiamo dominare e per il quale riceviamo una forza dall’alto è – dice san Luca – il tempo dalla testimonianza! San Luca è il primo che genialmente interpreta l’assenza di Gesù – dall’ascensione Gesù non è più presente col suo corpo in mezzo a noi – non come un tempo vuoto, ma come il tempo della testimonianza.

Cosa significa “testimonianza”? Vuol dire che io sono capace di indicare a te la presenza di un altro. Indicarlo a te con il tuo linguaggio, ma attraverso la mia vita: ti dico che io ho avuto un “incontro” importante, talmente decisivo che me lo fa attestare a te! Il testimone è come attratto da due poli contrapposti: da un lato, verso il destinatario, dall’altro, verso chi lo manda…

Ricordate, cari giovani che partite (ma anche voi che restate), di non vivere con l’intento di essere solo bravi: date agli altri quel che potete, date e ricevete da loro quel che possono darvi. È uno scambio simbolico tra voi e loro. Porterete voi e le vostre cose, ma loro vi daranno le loro esperienze: il senso della comunità, dell’appartenenza, del tempo, cose che noi ormai abbiamo dimenticato. Noi dobbiamo essere testimoni di tutto questo.

Possiamo anche noi prendere la nostra barca e la nostra barca può arrivare anche semplicemente solo all’Isola San Giulio… Ho già ricordato stamani il funerale della Madre Badessa, Anna Maria Cànopi, che ha abitato in quel luogo ben quarantacinque anni. Una domenica di un anno fa, era il 26 giugno dello scorso anno, al mio gruppo famiglie la Madre ha dato una risposta bellissima. In particolare, a chi le aveva chiesto qual era il senso della loro vita, la Madre, rispondendo, usò questa immagine: “Noi siamo come una centrale idroelettrica” – una volta si diceva che il monastero era come il parafulmine, usando un’immagine un po’ difensiva –. L’immagine utilizzata richiama il fatto che una centrale idroelettrica trasforma l’energia cinetica dell’acqua, o un’energia di altro tipo, per trasmetterla verso l’esterno come energia elettrica. E, come se l’energia continuamente ricevuta dall’alto coi doni dello Spirito, venga continuamente trasformata, nella preghiera, nell’ascolto e nella vita comune del monastero, e rilasciata come corrente di vita nello Spirito che alimenta la nostra povera esistenza quotidiana. In effetti tutte le volte che passo di qui mi interrogo e chiedo anche agli adulti e alle autorità di provare ad immaginare questa situazione: se per quarantacinque anni sull’Isola San Giulio non ci fossero state queste monache, cosa ne sarebbe stato di questo luogo!? Dal giorno della morte della Madre al giorno del funerale sono passate a salutarla circa ventimila persone. Questo è il segno: la “centrale idroelettrica” che trasforma energia! Questo è il testimone: è chi accoglie talmente tanta energia che viene dall’alto, e la trasforma e trasmette naturalmente… a chi lo incontra, perché gli trasmette che l’incontro con Gesù è stato e continua ad essere decisivo per lui. Un incontro contagioso!

Questo è il mio augurio: accompagniamo con la preghiera questi nostri amici che partono, con un po’ di santa nostalgia, ma desidero che stasera tutti voi, quando andrete a casa, possiate dire: “Abbiamo trascorso e vissuto una bella giornata!” Ripeto. Che possiate dire: “è stato un bel giorno di festa!”.

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara

 

Oratori, incontro su sicurezza e privacy

Dopo l’incontro di fine febbraio con i rappresentanti di Regione e Asl NO sulla legge regionale che regola l’attività e l’organizzazione dei Grest, nuova serata per approfondire gli aspetti legali dell’attività estiva degli oratori.

L’appuntamento è per martedì 14 maggio alle 20.45, nel salone dell’oratorio di Borgomanero (Via Dante Alighieri 7/9)

Interverranno Andrea Marchi e Angela Emanuele, di Labor Service, società specializzata in consulenza e formazione, che presenteranno temi legati alla normativa sulla sicurezza e sulla privacy. Spazio sarà dedicato alla risposta di quesiti e dubbi legati dell’applicazione pratica delle leggi vigenti.

Sono invitati i sacerdoti e gli operatori pastorali che si occupano dell’organizzazione dei centri estivi nelle parrocchie.

 

 

Il vescovo ai giovani: «Cristo risorto, speranza viva… per noi»

L’incontro con Cristo come fonte di una speranza «viva», che trova il suo senso e la sua completezza solo quando non è vissuta in una dimensione personale e intimistica, ma quando diventa generativa: cresce nella relazione con gli altri e con il Signore, nella preghiera.

E’ il cuore del messaggio che il vescovo Franco Giulio Brammbilla ha voluto affidare ai giovani della diocesi di Novara, radunati a Boca per la Veglia delle Palme 2019, appuntamento per vivere la Giornata mondiale della gioventù in diocesi. Lo ha fatto nel suo intervento durante la celebrazione e consegnando loro uno scritto al termine dell’incontro e rivolgendosi direttamente a loro nel suo intervento durante la Veglia, nel quale il vescovo ha proposto l’immagine esplicativa del Quadrato della Speranza.


L’intervento del vescovo durante la celebrazione

Il Quadrato della Speranza
Intervento alla Veglia delle Palme 2019
13-04-2019
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Il messaggio del vescovo consegnato al termine della celebrazione

Cristo risorto, speranza viva… per noi
Messaggio ai giovani della diocesi per la Veglia delle Palme 2019
13-04-2019
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E nella tappa conclusiva del triennio che Papa Francesco ha voluto dedicare a Maria, è proprio la giovane di Nazareth che mons. Brambilla chiede di guardare: «Ragazzi, questa non è una strada semplice: non vi metterà al riparo da fatiche e delusioni. Anche per Maria non è stato così. Ma è la strada per la felicità, che guarda al bello e al vero della vita. E che si fonda sull’affidarsi a Dio: sul lasciarsi sostenere dallo sperare in una persona viva e concreta, che rende tutto più leggero».

Di seguito i due testi integrali del messaggio rivolto ai giovani del vescovo Franco Giulio.

Il Quadrato della Speranza

 

La parola “speranza” non è originale della lingua cristiana, appartiene al linguaggio umano di ogni tempo. In particolare, appartiene alla stagione della giovinezza, perché in quell’età si ha più futuro davanti che passato alle spalle. Ma oggi sembra essere afflitta da diverse patologie. Nel tempo della società gassosa che ci spinge a cercare risposte e gratifiche nell’immediato, l’attesa del futuro esige di correggere le malattie della speranza e di mettere in luce i germogli positivi presenti nelle esperienze della vita attuale.
Come fare per essere testimoni di speranza tutti i giorni? Per rispondere a questa domanda, vorrei proporvi una riflessione in quattro passi, che sono come i quattro lati di un quadrato. Il quadrato della speranza!


“Io spero…”
Il primo passo della speranza è quello più semplice e proprio per questo è quello cui si pensa meno. Tutti voi, quando vi svegliate e vi alzate dal letto compite questo atto: “io spero…” ed entrate con fiducia nella giornata che vi sta davanti. È l’atteggiamento che ci permette di affrontare gli impegni, il lavoro, lo studio, gli incontri, le fatiche che ci attendono.

“Io spero che…”
Quando poi mettete a fuoco la vostra agenda quotidiana, dal semplice “io spero…”, si passa allo “io spero che…”: spero che la verifica vada bene, spero di riuscire a terminare il lavoro che ho iniziato, spero di avere il tempo per incontrare quel mio amico. E’ la forma pratica dello sperare: è quello che muove all’azione. Tutti gli “io spero che…” sono i sogni delle cose belle e buone che vorreste fare, incontrare e ricevere durante il giorno.

“Io spero in te…”
Poi c’è un terzo passo. È forse quello meno immediato, ma è proprio quello che qualifica il nostro vivere quotidiano. È la tensione tra l’“io spero…” e l’“io spero che…”. È un orizzonte che si allarga, che non si ferma all’oggi e al qui, ma interroga l’intera nostra vita. È lo slancio che anima il nostro quotidiano, che lo abita, ma che ce lo fa anche superare. Senza ritrovare questo slancio della speranza dentro le esperienze della vita, soprattutto negli ambienti dello studio e del lavoro, del divertimento e dello sport, dell’amicizia e del volontariato, non sarà possibile un annuncio della speranza viva del Risorto.

“Io spero in te… per noi”
Ma adesso vi chiedo di fare con me un ultimo passo. Perché, vedete, lo slancio della speranza viva nasce da voi stessi, ma non si ferma lì: è per tutti, per tutti noi. L’espressione di Gabriel Marcel: “io spero in te per noi” racconta proprio di questo, mettendo in luce due aspetti.
Anzitutto, il legame interpersonale (per noi) della speranza. Non si può sperare da soli, mentre si può essere disperati restando soli. Oggi sempre più spesso la speranza è confinata nello spazio intimo di una speranza individualistica o nell’ambito ideologico di un progressismo sociale, senza che si riesca a vedere il legame che unisce le speranze della persona e le attese della società. Il bene che io cerco, che io spero, è davvero per me solo se è bene anche per gli altri.
Il secondo aspetto dello sperare “per noi”, è che esso diventa preghiera, diventa invocazione. Alla fine, la speranza ha la sua forma umana compiuta quando diventa preghiera che invoca la presenza del Dio della vita e del Signore della storia. La figura cristiana della speranza conduce così a fissare lo sguardo sul Signore. Egli è la speranza viva, sorgente della testimonianza nel mondo.
L’offuscamento della sostanza viva della fede cristiana, che ha il centro nel Crocifisso risorto, paralizza le forme della comunicazione del Vangelo. Oggi si fa fatica ad essere testimoni del Vangelo perché perdiamo di vista il suo centro, il nucleo centrale che dà vita alla nostra speranza: Gesù è risorto!

Impariamo da Maria, che ci ha accompagnato in questi tre anni: il suo sì è stato un sì sicuro perché pieno di speranza. Quella speranza che è pronta a farsi sorprendere, a farsi mettere in gioco. Il suo non è stato un semplice “io spero che…”, ma un “io spero in te… per noi”. Ha lasciato che il Signore non rispondesse solo ai suoi desideri, ma che li superasse in un modo addirittura inimmaginabile.
Allora, come augurio per questa Pasqua, vi voglio dedicare le parole del filosofo della speranza (G. Marcel):

«Io spero in te per noi»… Bisogna dire che sperare, così come possiamo presentirlo, è vivere in speranza, al posto di concentrare la nostra attenzione ansiosa sui pochi spiccioli messi in fila davanti a noi, su cui febbrilmente, senza posa, facciamo e rifacciamo il conto, morsi dalla paura di trovarcene frustrati e sguarniti. Più noi ci renderemo tributari dell’avere, più diverremo preda della corrosiva ansietà che ne consegue, tanto più tenderemo a perdere, non dico solamente l’attitudine alla speranza, ma alla stessa fiducia, per quanto indistinta, della sua realtà possibile. Senza dubbio in questo senso è vero che solo degli esseri interamente liberi dalle pastoie del possesso sotto tutte le forme sono in grado di conoscere la divina leggerezza della vita in speranza.


Cristo risorto, speranza viva… per noi

«Io spero in te per noi»: così Gabriel Marcel, un filosofo francese, esprimeva in modo sintetico la prova a cui era sottoposta la speranza, nel momento terribile dell’ultima guerra mondiale. Anche oggi, in un tempo pieno di possibilità e di mezzi, la speranza è un bene di scarsa disponibilità, che si compra a caro prezzo. Sapete, cari ragazzi, quando incontro studenti della vostra età, chiedo spesso: cosa sperate per il vostro domani? La risposta è talvolta deprimente: cosa vuole, non riusciamo a vedere oltre il prossimo weekend…!

Ma cosa è la speranza cristiana? La speranza cristiana è una persona. Una persona che ha il volto del Crocifisso risorto, che potete incontrare e conoscere nella parola annunciata, nell’Eucaristia celebrata, nella comunità credente, nelle attese del mondo. È la forza propulsiva della Pasqua!

La speranza è il dono con cui la Chiesa si lascia di nuovo “generare” dal Signore. La Chiesa riceve sempre da capo il Vangelo della Pasqua, il dono dello Spirito e la ricchezza variegata dei suoi doni. E voi, cari ragazzi, siete chiamati ad essere i protagonisti di questa rigenerazione, perché siete la Chiesa di domani, siete il mondo di domani, siete coloro che aiutano a tenere “viva” la nostra speranza.

 

  1. «Egli ci ha generati a una speranza viva» (1Pt 1,3)

Vorrei, allora, porgere ad ognuno di voi questa domanda semplice: tu, adolescente e giovane, guardi  il tuo futuro con una speranza viva? Proviamo a vedere cosa significa lasciandoci ammaestrare dall’Apostolo Pietro che nella sua Prima Lettera utilizza proprio la metafora della “nuova generazione” per parlare dell’attesa umana e della speranza cristiana.

L’inno di benedizione con cui si apre la Prima lettera di Pietro è una lode a “Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo”. Pietro così continua: «nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva» (1Pt 1,3). La parola chiave della benedizione è la “speranza viva” alla quale siamo generati mediante la risurrezione di Gesù. L’Apostolo usa la metafora della “generazione” per affermare che il credente nasce di nuovo nella Pasqua di Gesù.

Proseguendo nella lettura della lettera, troviamo tre aspetti essenziali che Pietro mette in luce: la nuova generazione è rinascita pasquale nella risurrezione dai morti; ha il suo luogo sacramentale nel battesimo; trova il suo significato esistenziale nella vita mediante la fede. Al centro, dunque, stanno il Risorto e la sua azione che genera in noi una speranza vivente e attiva.

La speranza è precisata “come una eredità che non si corrompe, non si macchia, non marcisce” (1,4). La speranza cristiana è un’eredità promessa, è quasi una caparra di un bene più grande, che ha un anticipo nell’esperienza filiale e fraterna dei credenti. È descritta nei suoi tratti salienti così: è incorruttibile, perché è custodita nei cieli per noi (v. 4b); è incontaminata, perché accolta nella fede (v. 5a); è indistruttibile, perché non si può perdere, va al di là della morte, per raggiungere la pienezza stessa della vita di Dio (v. 5b). Questa è la “speranza viva” di cui parla l’Apostolo.

 

  1. Una speranza viva per noi

Dunque, cari ragazzi, la speranza viva è la stella polare che ci deve guidare nel cammino: il primo motivo del nostro convenire è quello di lasciarci sempre, di nuovo, generare e alimentare dalla speranza della risurrezione, così che essa diventi capace di interpretare e di realizzare le attese e le speranze degli uomini d’oggi, di mettere in contatto la ricerca di vita, di relazioni buone, di giustizia, di libertà e di pace, con la fonte stessa della speranza viva, Gesù risorto.

La parola “speranza” non è originale della lingua cristiana, appartiene al linguaggio umano di ogni tempo. In particolare, appartiene alla stagione della giovinezza, perché in quell’età si ha più futuro davanti che passato alle spalle. Ma oggi sembra essere afflitta da diverse patologie. Nel tempo della società gassosa che ci spinge a cercare risposte e gratifiche nell’immediato, l’attesa del futuro esige di correggere le malattie della speranza e di mettere in luce i germogli positivi presenti nelle esperienze della vita attuale.

Quindi, che cosa ci è richiesto per partecipare alla speranza viva di Cristo risorto che ci ha mostrato l’Apostolo Pietro? Come fare per esserne testimoni tutti i giorni? Nella ricerca delle risposte a queste domande, vorrei proporvi una riflessione in quattro passi.

 “Io spero…”

Il primo passo della speranza è quello più semplice e proprio per questo è quello cui si pensa meno. Tutti voi, quando vi svegliate e vi alzate dal letto compite questo atto: “io spero…” ed entrate con fiducia nella giornata che vi sta davanti. È l’atteggiamento che ci permette di affrontare gli impegni, il lavoro, lo studio, gli incontri, le fatiche che ci attendono.

“Io spero che…”

Quando poi mettete a fuoco la vostra agenda quotidiana, dal semplice “io spero…”, si passa allo “io spero che…”: spero che la verifica vada bene, spero di riuscire a terminare il lavoro che ho iniziato, spero di avere il tempo per incontrare quel mio amico. È la forma pratica dello sperare: è quello che muove all’azione. Tutti gli “io spero che…” sono i sogni delle cose belle e buone che vorreste fare, incontrare e ricevere durante il giorno.

“Io spero in te…”

Poi c’è un terzo passo. È forse quello meno immediato, ma è proprio quello che qualifica il nostro vivere quotidiano. È la tensione tra l’“io spero…” e l’“io spero che…”: “io spero in te…”. È un orizzonte che si allarga, che non si ferma all’oggi e al qui, ma interroga l’intera nostra vita. È lo slancio che anima il nostro quotidiano, che lo abita, ma che ce lo fa anche superare e che guarda al Signore.  Senza ritrovare questo slancio della speranza dentro le esperienze della vita, soprattutto negli ambienti dello studio e del lavoro, del divertimento e dello sport, dell’amicizia e del volontariato, non sarà possibile un annuncio della speranza viva del Risorto.

“Io spero in te… per noi”

Ma adesso vi chiedo di fare con me un ultimo passo. Perché, vedete, lo slancio della speranza viva nasce da voi stessi, ma non si ferma lì: è per tutti, per tutti noi. L’espressione del filosofo: “io spero in te per noi” racconta proprio di questo, mettendo in luce due aspetti.

Anzitutto, il legame interpersonale (per noi) della speranza. Non si può sperare da soli, mentre si può essere disperati restando soli. Oggi sempre più spesso la speranza è confinata nello spazio intimo di una speranza individualistica o nell’ambito ideologico di un progressismo sociale, senza che si riesca a vedere il legame che unisce le speranze della persona e le attese della società. Il bene che io cerco, che io spero, è davvero per me solo se è bene anche per gli altri.

Il secondo aspetto dello sperare “per noi”, è che esso diventa preghiera, diventa invocazione. Alla fine, la speranza ha la sua forma umana compiuta quando diventa preghiera che invoca la presenza del Dio della vita e del Signore della storia. La figura cristiana della speranza conduce così a fissare lo sguardo sul Signore. Egli è la speranza viva, sorgente della testimonianza nel mondo.

L’offuscamento della sostanza viva della fede cristiana, che ha il centro nel Crocifisso risorto, paralizza le forme della comunicazione del Vangelo. Oggi si fa fatica ad essere testimoni del Vangelo perché perdiamo di vista il suo centro, il nucleo centrale che dà vita alla nostra speranza: Gesù è risorto!

 

  1. Maria, la divina leggerezza della vita in speranza

Impariamo da Maria, che ci ha accompagnato in questi tre anni: il suo sì è stato un sì sicuro perché pieno di speranza. Quella speranza che è pronta a farsi sorprendere, a farsi mettere in gioco. Il suo non è stato un semplice “io spero che…”, ma un “io spero in te… per noi”. Ha lasciato che il Signore non rispondesse solo ai suoi desideri, ma che li superasse in un modo addirittura inimmaginabile.

Ragazzi, questa non è una strada semplice: non vi metterà al riparo da fatiche e delusioni. Anche per Maria non è stato così. Ma è la strada per la felicità, che guarda al bello e al vero della vita. E che si fonda sull’affidarsi a Dio: sul lasciarsi sostenere dallo sperare in una persona viva e concreta, che rende tutto più leggero.

Allora, come augurio per questa Pasqua, vi voglio dedicare le parole del filosofo della speranza:

«Io spero in te per noi»… Bisogna dire che sperare, così come possiamo presentirlo, è vivere in speranza, al posto di concentrare la nostra attenzione ansiosa sui pochi spiccioli messi in fila davanti a noi, su cui febbrilmente, senza posa, facciamo e rifacciamo il conto, morsi dalla paura di trovarcene frustrati e sguarniti. Più noi ci renderemo tributari dell’avere, più diverremo preda della corrosiva ansietà che ne consegue, tanto più tenderemo a perdere, non dico solamente l’attitudine alla speranza, ma alla stessa fiducia, per quanto indistinta, della sua realtà possibile. Senza dubbio in questo senso è vero che solo degli esseri interamente liberi dalle pastoie del possesso sotto tutte le forme sono in grado di conoscere la divina leggerezza della vita in speranza.

 

                                                                                                                  + Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara

Previsioni di pioggia: la Veglia delle Palme 2019 si trasferisce a Boca

Le previsioni meteo, che annunciano piogge intense per sabato 13 aprile, hanno costretto gli organizzatori a decidere di trasferire la Veglia delle Palme 2019, inizialmente in programma nella città di Omegna, al Santuario di Boca. L’appuntamento ora è a partire dalle 18, con la celebrazione presieduta da mons. Franco Giulio Brambilla che inizierà alle 20.45.

«Il programma cambia, ma non il cuore della proposta: un momento per i giovani della diocesi di preghiera e riflessione guidato dal vescovo  – dice don Marco Masoni, direttore dell’ufficio di pastorale giovanile -. Vorrei ribadire il nostro grazie alla città e alla parrocchia di Omegna per il lavoro in sinergia che abbiamo fatto in queste settimane. Un grazie che va soprattutto ai giovani dell’oratorio, che anche al Santuario, ci aiuteranno nell’organizzazione vestendo le “pettorine blu” e i volontari della Cittadella Del Gusto, che al termine offriranno un dolce a tutti i partecipanti».

IL NUOVO PROGRAMMA DELLA VEGLIE DELLE PALME 2019

Il programma prenderà il via alle 18 con la tavola rotonda – moderata dal giornalista di Radiocor Il Sole 24 Ore Andrea Fontana –  “Cercatori di felicità”, con ospiti il gesuita Emilio Zanetti e l’atleta paralimpico Daniele Cassioli.

A partire dalle 19 e sino alle 20.30 circa, spazio per le confessioni e l’Adorazione.

Dopo la cena al sacco, la Veglia si aprirà alle 20.45 con l’accoglienza dell’immagine della Madonna del Sangue di Re icona-simbolo del triennio di pastorale giovanile, portata dai ragazzi di Varallo, dove si era tenuta la Veglia 2018.

Educazione digitale: al via il corso on line della Cei e della Cattolica

Scuola, famiglia e comunità ecclesiale di fronte alla sfida educativa che pone la comunicazione digitale. E’ questo il cuore del corso  on- line  “Educazione digitale”, promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana e dal CREMIT (Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media, all’Informazione e alla Tecnologia) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

A questo link, informazioni e le istruzioni per iscriversi

 

Cosa è il corso Educazione digitale

Si tratta di un Massive Online Open Course : un corso on-line aperto a tutti, completamente gratuito, che consente di seguire le lezioni con i tempi e i modi preferiti dopo essersi iscritti alla piattaforma di e-learning.  Il percorso  è composto da 6 moduli, 18 video-lezioni e 18 schede di approfondimento tematico, proposte operative e materiali per l’approfondimento.

Quando si tiene il corso Educazione digitale

Il corso partirà il 28 gennaio con l’avvio delle attività, per consentire di familiarizzare con la piattaforma, già dal 21 gennaio. Si snoderà per 6 settimane, fino a lunedì 4 marzo (con una settimana di recupero da lunedì 11 marzo).

Quali sono i contenuti del corso Educazione digitale

Obiettivo è quello di fornire un approfondimento su nozioni e pratiche digitali. Verranno affrontati lo sviluppo della comunicazione e la mediamorfosi, il ruolo dell’informazione oggi, la questione delle relazioni, dell’identità e della socializzazione in Rete, gli strumenti per un’educazione digitale nei diversi contesti e la presenza della tecnologia nell’azione pastorale (dalla liturgia alla catechesi, ai momenti aggregativi).

A chi si rivolge il corso Educazione digitale

Il corso si rivolge a educatori, animatori, operatori pastorali, genitori, insegnanti, professionisti della comunicazione e  tutti coloro che sono chiamati ad una responsabilità educativa.